Quel clone di Valentino con la faccia da cabaret nascosta in un cespuglio

Marco si era arrabbiato. Aveva aumentato il gas, gli avevano promesso l'ospitata e, puntualmente, stranamente, era stata spostata, rinviata, era slittata come una frizione logora. Alla fine ce l'aveva fatta. In televisione, per mostrare di essere vero, puro, normale e imprevedibile, il compagno di classe, magari quello dell'ultimo banco, perché più alto, perché più discolo. Marco Simoncelli era un burdèl nato nell'ospedale di Cattolica ma cresciuto e vissuto a Coriano che sarebbe chilometri dodici da Tavulla. Mica un sito a caso, significa Valentino Rossi, dunque la leggenda, dunque il mito, dunque la motocicletta. Che altro era diventato Marco? Valeva Vale, forse valeva di più, parlava con il naso, pure in dialetto, una macchietta, si era fatto conoscere e riconoscere, a ventuno anni campione del mondo, divertiva e si divertiva, molto, forse troppo. Ma era uno di noi, uno di loro intendo, di questa brigata generazionale, discotecara, paninara, caciarona, solitaria e, assieme, collettiva, ribelle e dolce, nostalgica e avventuriera.
Marco Simoncelli era un pupazzo con molti amici nella vita di tutti i giorni e nemici altrettanti in pista. Era diventato un simbolo, simpatico, allegro anche per chi non segue le corse e i sorpassi. Era quello lì con i capelli grandi e impossibili, come Jimi Hendrix o Branduardi, era quello lì che parlava come Valentino o Palmiro Cangini, l'assessore di Roccofritto a Zelig. Ti faceva ridere ma poi venivi acciuffato dal tifo, dall'interesse a vederlo piegare in curva, a tirare come un pazzo, fregandosene di tutto, di tutti. Traditi da Vale, i tifosi della domenica avevano scelto il loro nuovo idolo, stessa faccia da schiaffi, stessa voce da paperino, stessa cilindrata da pony express.
Dunque venne il giorno dell'esordio nella televisione importante, in notturna ma sempre roba fascinosa, un night, le ballerine mezze spogliate, la musica tosta e giusta, la voglia di presentarsi senza motoretta ma con una testa sotto la criniera. Claire era vestita da gatta. Vestita da un due pezzi nero, la mascherina sugli occhi, la frusta, il corpo inquietante e inquieto, una curva a trecento all'ora. Roba da fuori giri. Danzava, la ballerina del Lido, e Marco restava seduto, quasi infossato nella bianca poltrona di pelle, al centro del night di Chiambretti. Un maglione violaceo, i jeans, le scarpe da tennis, il sorriso appena accennato. «Ero tutto duro come una marmitta». Disse così, il bambino di Coriano non aveva mezze misure, nel dire e nel fare. Sembrano, adesso, fotogrammi di un secolo lontano eppure era febbraio di quest'anno maledetto, Marco Simoncelli aveva portato nello studio di Mediaset i suoi mille ricci e quella pronuncia con la zeta buffa che lo rendeva un cartoon, un personaggio da fumetti, un cabarettista naturale.
Non era stato difficile preparare il copione, la scaletta, le domande, Tiberio Fusco e Piero Chiambretti, anema, core e fosforo dello show, si erano ritirati nel loro stanzino per studiare il tipo, Marco non aveva bisogno di letture particolari, era un bicchiere di fresca spuma sanguinella, così fu durante l'intervista, così fu mentre Claire zigzagava davanti alla maglietta color lampone e ai jeans sdruciti del campione. Chiambretti aveva pensato di completare la confezione con l'arrivo di un barbiere, antico ma di gran moda tra le persone illustri e multicrinite di Milano, l'idea venne accantonata, troppo scontato giocare su quella testa da Arcimboldo ricorrendo, come altri, a una marketta. Marco raccontò del poster di Valentino Rossi appeso al muro della sua stanza nella casa di Coriano, delle notti trascorse nel lettone accanto a papà e mamma, del frontale, aveva soltanto quattordici anni, contro la Opel bianca della zia, con successivo ricovero ospedaliero suo e la parente prigioniera nell'abitacolo con la portiera bloccata dall'urto, del ritiro della patente da motociclista superiore, due giorni dopo averla ricevuta. Parole velocissime, un gran premio di domande e di risposte, lui sempre in pole, Piero addosso, qualche "..azz" in dizione simoncelliana a provocare applausi, risate, promesse.
Marco era appena arrivato dalle prove in Malesia, terra così lontana e così vicina oggi. La stessa dove ha concluso la sua storia, otto mesi dopo quella notte allegra. Steso sulla pista, solo. Sembrava dormisse. Come nel lettone di papà e mamma, a Coriano. Anche il night è chiuso. Per sempre.
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