Quel colloquio segreto: «Santo Padre, mi dica... Come ha fatto a salvarsi?»

Un anno fa l’ex Pontefice rivelò il dialogo avuto col killer nella sua visita a Rebibbia nel 1983

Andrea Tornielli

Le immagini del Papa con il capo che quasi sfiorava quello del suo attentatore avevano fatto il giro del mondo: il 27 dicembre 1983, due anni e mezzo dopo gli spari di Piazza San Pietro, Giovanni Paolo II, che aveva immediatamente perdonato il suo attentatore, si era recato nel carcere romano di Rebibbia a fargli visita. Quel colloquio era stato filmato e fotografato, ma per molti anni nessuno aveva potuto intuire che cosa i due si fossero detti. Il Papa l’aveva rivelato nell’ultimo libro, «Memoria e identità», pubblicato nel febbraio 2005, poche settimane prima della sua morte. Giovanni Paolo II raccontava che durante quei dieci minuti di colloquio-confessione, Agca continuava a non capacitarsi di come il Papa fosse riuscito a scampare all’attentato, a quei micidiali colpi della pistola Browning calibro 22 che lui maneggiava da killer professionista. «Durante tutta la nostra conversazione – aveva scritto il Pontefice - Agca si chiedeva com’era potuto succedere che l’attentato non fosse riuscito...».
Con quella che doveva essere la sua vittima designata, l’attentatore turco non aveva parlato dei mandanti né si era lanciato in una delle sue deliranti (o lucide?) tirate «mistiche». Aveva invece domandato al vescovo vestito di bianco che gli era seduto di fronte come avesse fatto a sopravvivere.
Alì Agca - un uomo dal quoziente di intelligenza altissimo, capace di depistare, di fare rivelazioni autentiche e di rimangiarsele un mese dopo; un uomo cosciente di essere soltanto l’ultimo terminale di un grande ingranaggio, un killer freddo e calcolatore, pronto a riorganizzare la sua versione ogni qual volta, a fatica, gli investigatori e i magistrati raggiungevano un nuovo brandello di verità – ora ha concluso la sua vita di prigioniero.
L’attentatore turco, autoproclamatosi ora Gesù Cristo ora l’Anticristo, abilissimo a inserire se stesso nei meandri del Terzo segreto di Fatima, la visione che la Vergine aveva fatto balenare davanti agli occhi dei tre pastorelli portoghesi e nella quale si vedeva il martirio di un Papa, non ha mai voluto rivelare chi ha armato la sua mano né quali sono stati i suoi complici. Nell’ultimo libro di Wojtyla era contenuto anche un inedito capitolo dedicato proprio all’attentato del 13 maggio 1981, nel quale intervenivano sia il Pontefice polacco sia il suo segretario particolare, monsignor Stanislao Dziwisz.
«Nel Natale 1983 – raccontava Giovanni Paolo II - ho fatto visita al mio attentatore in carcere. Durante tutta la nostra conversazione Alì Agca si chiedeva come era successo che l’attentato non fosse riuscito. Aveva curato nei minimi dettagli il suo piano e malgrado tutto ciò la vittima era scampata alla morte. Una cosa interessante – aggiungeva Wojtyla – è questa sua inquietudine che lo ha spinto a farsi delle domande profonde, a chiedersi che cos’è realmente questo mistero di Fatima».
Qualche particolare di quel colloquio, rimasto a lungo segreto, era stato raccontato dal Papa all’allora direttore del Giornale Indro Montanelli, da lui invitato a cena in Vaticano. Montanelli aveva scritto un lungo articolo, ma il Vaticano gli aveva chiesto di non pubblicarlo. Rimasto negli archivi del quotidiano, venne stampato in un libro che celebrava il ventennale del Giornale, nel 1994. «Parlai con quell’uomo – raccontò il Papa a Montanelli - dieci minuti, non più... di una cosa mi resi conto con chiarezza: che Agca era rimasto traumatizzato non dal fatto di avermi sparato, ma dal fatto di non essere riuscito, lui che come killer si considerava infallibile, a uccidermi. Era questo, mi creda, che lo sconvolgeva: il dover ammettere che c’era stato qualcuno o qualcosa che gli aveva mandato all’aria il colpo».
Il Papa raccontava anche come ha vissuto gli attimi successivi all’attentato: «In presenza della morte ero cosciente, sapevo quel che mi stava accadendo, ho compreso in un attimo che qualcuno mi ha sparato per uccidermi... Mi rivedo in viaggio verso l’ospedale – continuava Wojtyla – sono rimasto cosciente per un tratto e avevo il presentimento che mi sarei salvato, che sarei sopravvissuto. Ho sofferto, si poteva veramente essere spaventati. Ma io avevo una strana fiducia». «In quell’istante – aveva affermato monsignor Dziwisz – entrò all’opera una potenza invisibile che consentì di salvare la vita del Santo Padre in pericolo di morte».
Ma l’ultimo libro di Giovanni Paolo II, per la prima volta, seppure sommessamente, faceva chiarezza sull’idea che il Papa si era fatto circa i mandanti dell’attentato: «Penso che esso sia stata una delle ultime convulsioni delle ideologie della prepotenza, scatenatesi nel XX secolo». Un modo con cui il Pontefice polacco accreditava la pista dell’Est.