Quel delitto che sconvolse la Milano del ’46

A fumetti la vicenda di Rina Fort, la donna che sterminò l’intera famiglia dell’amante

Pietro Vernizzi

È passata alla storia come la belva di via San Gregorio, con l'accusa di avere ucciso a colpi di spranga Franca Pappalardo, rivale in amore e incinta, insieme ai suoi tre figli, uno dei quali aveva appena sette mesi. Ma era anche una donna piena di fascino, che per tutta la vita si dichiarò vittima di una serie di sfortunate circostanze. Ora la vicenda di Rina Fort, che sconvolse la Milano del dopoguerra, è stata trasformata in un fumetto, edito da Becco Giallo (93 pagine, 13 euro), a cura di Max Rizzotto e Andrea Vivaldo. Un'occasione per ripercorrere uno dei delitti rimasti più impressi nell'immaginario collettivo dell'Italia dell'epoca, ma anche per ripercorrere le atmosfere, le paure e i sogni dei milanesi appena usciti dal periodo bellico.
«Ho cercato di attenermi il più possibile alla realtà dei fatti emersa dagli atti del processo - racconta Rizzotto, sceneggiatore del fumetto -. Ma mi sono anche immedesimato con l'ambiente, le circostanze e le esperienze dei protagonisti della storia. All'inizio e alla fine ho creato una cornice d'invenzione, per dare la possibilità a chi legge d'interpretare la vicenda in diversi modi».
Perché all'epoca il delitto ebbe così tanta risonanza?
«Era soprattutto la figura della Fort a colpire, perché appariva come la bella e la bestia riunite in una sola persona. Questa donna seducente, capace di compiere un crimine così efferato, suscitava in chi la guardava ammirazione e repulsione nello stesso tempo. E poi l'omicidio, avvenuto nel 1946, fu il primo episodio eclatante dopo la caduta del fascismo, che censurava anche la cronaca nera. La gente era curiosa e i giornali dell'epoca si scatenarono. Tra i cronisti c'era anche Dino Buzzati, una circostanza che arricchì la storia di fascino, dimostrando quanto fosse interessante».
Dal fumetto la Fort sembra quasi una vittima. Perché?
«Sono passati 60 anni e, se non mi sono sentito di assolverla del tutto, non ho nemmeno voluto condannarla un'altra volta: un ergastolo è più che sufficiente. E poi è la percezione della gente che è cambiata. All'epoca la si giudicava semplicemente come una pazza scatenata, una donna spietata. Oggi invece si cerca di capire, prima di condannare».
Perché nel fumetto cita «Ossessione» di Luchino Visconti?
«Il film uscì proprio nel 1946, l'anno dell'omicidio. Mi sono immaginato che la Fort e il suo amante, Giuseppe Ricciardi, vadano a vederlo al cinema e che la donna ne sia colpita al punto da ispirarsi a esso. Si tratta di un elemento di pura invenzione, ma verosimile. L'ho inserito perché volevo trasmettere ai lettori, perlopiù giovani, la suggestione del periodo dell'immediato dopoguerra, che mi ha incuriosito se possibile ancora di più dello stesso delitto».
Gli ambienti della città sono riprodotti con grande minuzia, ma né lei né Vivaldo siete milanesi.
«Ci siamo visti insieme tutti i film e i documentari girati nella Milano dell'epoca, dopo avere compiuto una ricerca negli archivi dell'istituto Luce».
Anche la fisionomia dei personaggi è realistica?
«Nelle scene del processo è quasi fotografica, mentre in quelle dedicate alla storia d'amore tra la Fort e Ricciardi diventano grottesche e caricaturali, pur rimanendo sempre riconoscibili. È stata una scelta autonoma del disegnatore, ma dà la cifra dell'operazione che volevamo compiere: far coincidere l'attinenza completa alla realtà dei fatti con la capacità propria del fumetto di giocare con le immagini».