«Quel diario nascosto nella giacca»

LA DENUNCIA «Fui catturato a Bolzano alle tre di notte»: l’Olocausto racchiuso in un taccuino

«Catturato a Bolzano alle ore 3.30 della notte tra l'8 e il 9 settembre 1943». C'è scritto questo sulle prime pagine del taccuino che Antonio Lorenzo Lucchini ha scritto e portato con sé, nascosto, per tutta la prigionia. Si trovava a Bolzano in trasferta, con i suoi commilitoni, per prendere del materiale al magazzino del Genio e non sapeva nulla dell'armistizio, nessuno glielo aveva comunicato. I tedeschi li catturarono e li ammassarono sul greto di un fiume per tutta notte, sotto la minaccia delle armi. Poi via, verso i campi di concentramento e di lavoro in Germania. Quel diario, piccolo abbastanza da poter essere nascosto nella fodera della giacca, perché in prigionia non era permesso tenere oggetti personali, fu il metronomo rotto di un tempo che non si misura neanche più, si registra. Sperando sempre che quella pagina non sia l'ultima cosa che scrivi.
Antonio l'ha custodito per 60 anni, se lo sentiva che un giorno sarebbe servito. Oggi sono proprio quelle pagine fitte di parole scritte in una grafia ordinata che ci raccontano la sua storia, perché lui non c'è più. Se ne è andato nel 2002, e oggi la Medaglia d'Onore la ritirano i suoi figli. I documenti allegati alla sua pratica raccontano i lavori a cui era costretto durante la prigionia: dalla produzione di apparecchi elettrici per l'aviazione, al lavoro nelle torbe; lucidare carrozze alla stazione e scaricare il carbone, due volte la settimana, e alla fine aggiustare le radio. Ci sono anche le lettere ai fratelli, piene di dignità e di nostalgia.
«Se a casa avete già ricevuto i miei scritti sapete già come mi trovo e ora ho ben poco da aggiungere, perché qui è sempre la solita vita di lavoro che non cambierà fino al giorno del ritorno».
La solita vita di lavoro. Giorni sempre uguali, scanditi da 12 ore di fatica, sempre sotto controllo. «Niente assistenza medica, si lavorava sempre, anche quando si era malati», si legge nella documentazione. Il freddo, le perquisizioni, il poco cibo, una brodaglia con le rape. Quando era partito pesava 72 chili. Quando alla fine della guerra tornò a casa, ad Arona, ne pesava solo 47. Nelson Ciotta, classe 1923, invece, era in Albania, quando è stato catturato. «Ci fecero credere che ci avrebbero portati a casa, in Italia - racconta -. Invece ci deportarono in Germania, prima in un campo di concentramento, poi in campi di lavoro. Io affiancavo un operaio tedesco nella produzione di apparecchiature belliche». Cosa mangiavate? «Mangiare? - fa un sorriso amaro - Tutto quello che avevamo era una zuppa con dentro poca, pochissima carne in scatola. Alle volte trovavo una piccola mela nel mio cassetto al lavoro. Scoprii che era un operaio tedesco a lasciarmela».