Quel domatore di una folle Lazio

Uno scudetto firmato da talenti, teste matte e grandi cuori

da Roma
Era una squadra febbrile e folle, un manipolo di teste matte e cuori grandi, di santi e bastardi, di giovanotti giubbotto, basettoni e maglie biancocelesti. Maglie di lana pesante, sempre sporche di fango e madide di sudore. Una squadra costellata di talenti e di onesti lavoratori del pallone. Una squadra fin troppo ricca di personalità, esplosiva nella sua esuberanza, un gruppo che, senza un mastice forte, senza un «padre-fratello» alle spalle, senza un domatore di leoni capace di usare il carisma e la comprensione al posto della frusta, avrebbe finito per autodistruggersi causa un eccesso di litigiosità e generosità.
Eppure quel miracolo accadde. Quel complicatissimo gioco di incastri e conflittualità resistette senza sfaldarsi. E Tommaso Maestrelli condusse la Lazio di Pulici e Martini, di Wilson e Oddi, di Frustalupi, Nanni e Re Cecconi, di Garlaschelli, D’Amico e Chinaglia fino al traguardo più impensabile: lo scudetto del ’73-’74, il trionfo rimasto più di ogni altro nella leggenda e nei cuori di ogni laziale, ma anche nei ricordi di tanti sportivi e innamorati di calcio. Dell’allenatore gentiluomo, un uomo di calcio ma soprattutto un uomo per bene, portato via prematuramente da una malattia incurabile, molto si è scritto. Ma stavolta Franco Recanatesi, uno dei «privilegiati» che seguì quella fantastica Lazio si è spinto oltre. Dipingendo sì l’affresco di una parabola umana e di una «comunità» sportiva irripetibile come quella Lazio, ma anche fotografando lo sfondo sociale di quella che fu l’espressione sportiva più simbolica di un periodo, quello degli anni ’70, carico di ogni tensione ed eccesso.
Il volume si chiama «Uno più undici», «Maestrelli: la vita di un gentiluomo del calcio, dagli anni Trenta allo scudetto del ’74», ed è corredato da uno straordinario dvd con le immagini della squadra e le voci degli speaker Rai di quel tempo. Il tutto arricchito dai ricordi di chi ha vissuto davvero il «Maestro»: i giocatori dell’epoca, ma soprattutto la moglie Lina, la figlia Tiziana e Massimo e Maurizio, i «gemelli», i due figli amatissimi che l’allenatore biancoceleste portava sempre con sé e che erano diventati una sorta di mascotte di quella squadra irripetibile. Un coro di testimonianze e un grande lavoro di documentazione per ricostruire il tragitto del Maestrelli uomo, calciatore prima e allenatore poi, passato attraverso il Bari, la Roma, la Lucchese, la Reggina, il Foggia e finalmente la Lazio, approdo finale in una squadra capace di segnare il corso di tutta la storia biancoceleste. Ma anche un volume disseminato di lampi, di foto d’epoca, di ritratti in bianco e nero, di flash scattati su una faccia, quella apparentemente immutabile di Tommaso Maestrelli, indossata fin dalla giovinezza: la faccia di uno che ama la vita ma non vuole strafare e sta attento a non sporgersi troppo dal cornicione.
Aveva piedi da mediano, Tommaso Maestrelli. Da centrocampista tosto capace di giocare con il cuore e con la testa sempre accesa. Furono quei piedi e quella testa che resero facile il suo passaggio dal campo alla panchina e lo condussero fino alla Lazio dove realizzò quello che resta uno degli eventi assoluti nella storia del calcio italiano: il passaggio dalla B allo scudetto in tre anni. L’impresa catapultò la prima squadra della capitale tra i grandi, là dove forse sarebbe rimasta più a lungo se il percorso umano di quel gruppo non fosse stato costellato di tragedie e imprevisti.
Era un fine psicologo, Tommaso Maestrelli, un insegnante di vita, uno sportivo che sapeva parlare e soprattutto ascoltare. Un allenatore innovativo, tutto votato all’attacco, capace di inventarsi il primo Foggia dei miracoli e il miracolo Lazio. Un «Seminatore d’Oro» che anche oggi, a trent’anni di distanza dalla sua scomparsa, nella scia di affetti, rimpianti e commozione che ha accompagnato la stesura e la presentazione del libro di Recanatesi, dimostra quanto profonde siano state le radici.