Quel falso luogo comune dell’America superindebitata

Il grande deficit commerciale degli Usa non rappresenta una passività. I dollari in mano estera rientrano tutti a casa

di Giovanni Palladino

È opinione comune che gli Stati Uniti siano sommersi da una montagna di debiti. Ma è un’opinione falsa. La vera «fotografia» della realtà del Paese viene fornita ogni trimestre dalla Federal Reserve con un bollettino statistico di oltre 100 pagine. È innanzitutto importante chiarire che il debito derivante dall'enorme disavanzo commerciale dello zio Sam (oltre 700 miliardi di dollari quest'anno e circa 8000 miliardi accumulati negli ultimi 33 anni) non è in realtà un debito, ma rappresenta la semplice differenza fra l'import e l'export Usa.
Tutte le importazioni sono pagate subito in dollari dagli importatori americani (senza alcun bisogno di ricevere prestiti dall’estero) e i dollari ricevuti dagli esportatori stranieri non costituiscono affatto un debito per lo zio Sam. Infatti, la Federal Reserve non è più obbligata - dal 15 agosto 1971 - a convertire quei dollari in oro, né può convertirli - se richiesta - in valuta estera, perché ne possiede poca (appena 46 miliardi di dollari a fronte di un disavanzo commerciale mensile di circa 60 miliardi di dollari).
Ma che fine fanno i dollari posseduti dagli stranieri? Semplice, ritornano in gran parte negli Stati Uniti sotto forma di investimenti mobiliari e immobiliari. Ne consegue che il disavanzo commerciale Usa non è affatto «finanziato» dall'estero, ma è coperto dalla cessione continua agli stranieri di «pezzi di proprietà» dell’economia più forte del mondo. Ebbene, nonostante l’enorme disavanzo commerciale accumulato dagli Stati Uniti negli ultimi 33 anni e i crescenti investimenti in dollari effettuati dagli stranieri, il Paese ha un conto economico positivo nei confronti dell’estero. Ciò significa che il saldo fra i redditi incassati all’estero dagli investitori Usa (interessi e dividendi) e i redditi percepiti negli Stati Uniti dagli investitori stranieri è ancora a favore dello zio Sam. Era di 57 miliardi nel 2003, di 93 miliardi nel 2005 e di 126 miliardi al 30 giugno scorso. Ciò vuol dire che nei confronti dell’estero gli Stati Uniti figurano più come grandi «creditori-proprietari» che non come debitori. Se fosse vero il contrario, il conto economico del Paese verso l'estero dovrebbe mostrare un saldo negativo, causato dal maggiore importo di dividendi e interessi in uscita rispetto ai dividendi e interessi in entrata. Per quanto riguarda il debito pubblico Usa, pochi sanno che è il più leggero fra i Paesi sviluppati, essendo pari a soltanto il 52 per cento del pil.
Molti sostengono che sia più alto, ma commettono un errore nel calcolo: invece di considerare il debito netto utilizzano il debito lordo, ossia includono anche l'importo dei titoli di Stato emessi a fronte del notevole surplus di bilancio di alcuni Fondi Federali (primo fra tutti quello della «social security»), che per legge deve essere investito in titoli pubblici.
Ma l’equivoco più grande riguarda il debito privato. Quello delle imprese è, in termini relativi, fra i più bassi del mondo industrializzato, mentre quello delle famiglie è demonizzato per la sua apparente enormità. Ma anche qui si confrontano le pere con le carote. Per esempio, si dice che nel 1980 i mutui immobiliari erano pari al 21% del Pil e oggi sono giunti al 121% del pil. L’errore è di confrontare una consistenza (i mutui) con un flusso (il pil annuale). È del tutto naturale che negli ultimi 28 anni i debiti immobiliari siano cresciuti a un ritmo più veloce del Pil, per il desiderio di un numero crescente di famiglie di possedere una o più case. Ma il confronto corretto non va fatto con un flusso annuale (il Pil), bensì con la consistenza della ricchezza finanziaria e reale delle famiglie. Ebbene nel 1980 il peso dei debiti complessivi (incluso il credito al consumo) era pari al 16,9% della loro ricchezza, mentre oggi è pari al 20%. Quindi l’aumento è stato molto contenuto. L’ultimo chiarimento riguarda il credito al consumo. La Federal Reserve ci dice che nel 2003 era pari all’1,31% dei consumi delle famiglie e nel 2007 all’1,34%. Una inezia. Peccato che tanti economisti e analisti non leggano (o, peggio, non sappiano leggere) il Bollettino trimestrale della Federal Reserve. Ma la domanda più drammatica è la seguente: Bush, Paulson e Bernanke sono coscienti di gestire l’economia più forte del mondo o sono «complessati» dalle critiche errate di tanti «professori»?