Quel federalismo lombardo che ricorda tanto la Svezia

Qualche giorno fa in un lungo articolo sulla Stampa, Mario Vargas Llosa, prolifico e brillante scrittore peruviano che da tempo vive in Europa, ha descritto l’attuale situazione della Svezia. L’occasione l’ha data un libro di un altro latino americano, un economista, il cileno Mauricio Rojas, naturalizzato svedese perché vive nel Paese scandinavo dall’epoca del colpo di stato di Pinochet. Vicende per molti versi parallele quelle di Llosa e Rojas: partiti entrambi dall’estrema sinistra filo-castrista, osservando dall’Europa le vicende dei loro Paesi sono gradualmente approdati su posizioni apertamente liberali. Llosa dunque ci racconta che nel libro «La Svezia dopo il modello svedese» Rojas descrive «come fin dal 1991», mentre il Paese, paradiso dello stato sociale integrale, «viveva una crisi economica senza precedenti» è stata avviata «una autentica rivoluzione “alla svedese”, cioè profonda ma discreta», cominciata dai conservatori e consolidata dai socialdemocratici.
E in cosa consiste questa rivoluzione? «Nell’idea del potere individuale e della necessità che i cittadini si riappropriassero del diritto di scelta in una serie di ambiti che lo stato sociale aveva confiscato». Qualche esempio: gli assegni di studio «con lo scopo di stimolare la concorrenza fra istituti e assicurare ai genitori una maggiore libertà di scelta. Adesso ognuno decide liberamente dove studiare o farsi curare all’interno di una rosa di istituzioni pubbliche o private, lo Stato si limita a fornire il voucher con il quale si pagano i servizi ricevuti. Il moltiplicarsi di scuole e ospedali privati non ha impoverito le istituzioni pubbliche, anzi la concorrenza le ha rese più dinamiche, stimolandone l’ammodernamento. Risultato: un welfare state molto più umano e libero».
Vi ricorda niente questa rivoluzione? Per restare più vicini, a me ricorda quella che, nei limiti imposti dall’ordinamento regionale, da anni viene portata avanti in Lombardia, specialmente per quanto riguarda la sanità e la scuola, mentre a livello nazionale le fortissime resistenze corporative, burocratiche e sindacali rendono tutto tremendamente più difficile. Ma in Lombardia invece si può. Si riesce, sebbene a fatica, ad allargare i margini di libertà delle scelte del cittadino e delle famiglie. Si riesce a fornire forme di assistenza pubblica competitiva e responsabile, opzioni competitive, anche se limitate, fra scuola privata e scuola pubblica.
Basterebbe questo, in fondo, per pretendere sempre più ampi margini di autonomia: il federalismo, in altre parole. A Milano, poi, si riesce - con sforzi enormi, beninteso - ad avviare la privatizzazione delle aziende pubbliche dopo averle portate tutte in pareggio; premessa indispensabile per la liberalizzazione dei servizi. Insomma, qui si riesce a fare la nostra piccola rivoluzione alla svedese. A Stoccolma, racconta Rojas, fu cominciata dai liberal-conservatori e proseguita dalla sinistra. Accadrebbe così anche da noi? Abbiamo ottimi motivi per dubitarne: per la nostra sinistra il termine «liberista» è turpiloquio, viene usato come un insulto.