"Quel feto stava in una mano, ora è una ragazza di 20 anni"

Non possiamo sconfiggere la morte, ma con le tecnologie di oggi possiamo salvare anche organismi solo abbozzati

Rianimare il prematuro, anche senza il consenso della madre, anche se nato da un aborto terapeutico. Il documento dei ginecologi romani fa discutere e lascia sorpreso il neonatologo Giorgio Rondini, che solo nel 2006 aveva sottoscritto un documento analogo.

Professore, dunque questa presa di posizione dei medici romani non la sorprende?
«No, ricalca le linee guida di quella che fu chiamata la Carta di Firenze coordinata dal neonatologo Gianpaolo Donzelli e sottoscritta dai moltissimi esperti italiani».

E cosa diceva quel documento?
«Che il feto, o meglio il prematuro, va rianimato e curato se ci sono le condizioni cliniche favorevoli, con o senza il consenso della madre. E nei prematuri sono inclusi anche quelli sopravvissuti a un aborto terapeutico».

Perché nasce l’esigenza di mettere nero su bianco il comportamento da seguire in caso di un prematuro?
«Sono giovanissimi pazienti che prima non esistevano. L’assistenza ai neonati con età gestazionale estremamente bassa è recente. Prima degli anni ’80 chi nasceva prematuro o moriva o era un aborto. Ora con le tecnologie raffinate ci troviamo a dover curare vite appena abbozzate».

Anche nate da un aborto?
«Questo è un problema che non deve sfiorare un medico. Se c’è una vita da salvare si interviene senza pensare che è il frutto di un’interruzione terapeutica di gravidanza. Comunque, in questi casi è difficilissimo che il feto sia sano. Di solito o è malformato oppure c’è una datazione sbagliata della gravidanza e allora il bambino si cura e si tenta di salvarlo».

A che età del bambino si può intervenire con successo?
«Dopo le 23 settimane. Ma risultati discreti si ottengono a 24-25 settimane. Solo dopo questo periodo organi e apparati sono maturi e questo permette risposte positive. La situazione rimane però molto delicata. È come essere in mezzo a un guado e il comportamento del medico deve tener conto del quadro clinico del bambino».

Quando ci si arrende?
«Se le condizioni cliniche e gli esami di laboratorio sono tali da non giustificare la sopravvivenza. In questo caso il rischio di rianimare il bimbo è altissimo e si scivola nell’accanimento terapeutico. Bisogna a questo punto limitarsi alle cure ordinarie. Non possiamo pensare di sconfiggere la morte».

Ma lei come cattolico è d’accordo sull’interrompere le cure?
«Sì, del resto anche la Chiesa ha condannato l’accanimento terapeutico».

Qual è stato il suo paziente più precoce?
«Una bambina di 23 settimane che pesava 480 grammi. Stava sul palmo di una mano».

E ce l’ha fatta?
«Sì, ora ha vent’anni, si è sviluppata normalmente, ha solo qualche deficit uditivo».

E ha mai salvato un bambino rifiutato dalla mamma?
«Sì, erano madri disperate, spesso molto giovani e sole. Ma ho lottato ogni volta in cui pensavo di essere di fronte a una vita da difendere».