Ma quel film sull’Islam è un’utile provocazione

Massimo Introvigne

In uno strano gioco delle parti, Gianfranco Fini ha contestato il film sul terrorismo islamico Il mercante di pietre del regista Renzo Martinelli e la presidentessa dell’Associazione donne marocchine e membro della Consulta dell’islam italiano Souad Sbai lo ha difeso. Per chi non lo avesse visto, il film racconta la storia di una donna, moglie di un professore italiano di idee non dissimili da quelle di Oriana Fallaci il quale ha perso entrambe le gambe in uno degli attentati di Al Qaida in Africa, che s’innamora di un gioielliere italiano convertito all’islam. Gli ammonimenti del marito secondo cui il «mercante di pietre» è in realtà un terrorista sono scambiati sia dalla donna sia dai servizi segreti italiani per mera gelosia. Ma le cose stanno proprio così: il gioielliere è un agente di Al Qaida che, dopo avere fatto della donna la sua amante, la usa per far passare ai controlli del traghetto fra Francia e Inghilterra un’auto imbottita di esplosivo che esploderà non solo uccidendo tutti i passeggeri ma distribuendo nell'aria scorie radioattive.
Sicuramente il film contiene un paio di battute forti nei confronti dell’islam, tra cui una mi ha personalmente disturbato: il professore cita Renan secondo cui «il più grande favore che possiamo fare ai musulmani è liberarli dall’islam». Ma Renan pensava lo stesso di tutte le religioni, cristianesimo compreso almeno nella sua forma organizzata e dogmatica, e il fatto che queste battute non diano fastidio a una «araba laica» come Souad Sbai dimostra la verità della tesi secondo cui molti «musulmani laici» non sono affatto musulmani. Sono semplicemente laicisti educati nella religione musulmana, così come Marco Pannella non è un «cattolico laico» ma un laicista non credente nato in una famiglia cattolica. Considerare i «musulmani laici» - che dicono certo molte cose interessanti e condivisibili - come autentici rappresentanti dell’islam (fra cui le loro idee hanno pochissimi seguaci, sia in patria sia tra gli immigrati in Europa) è dunque un errore. Non saranno loro a battere il fondamentalismo fra gli immigrati né a fermare i terroristi, di cui potranno al massimo - purtroppo - essere vittime.
Detto questo, stupisce anche che Fini denunci il film come «propaganda becera» e consideri «islamofoba» la battuta secondo cui «non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani». La tesi non è esatta (ci sono anche, per esempio, terroristi comunisti, non solo in Nepal ma anche in Italia) ma è la citazione letterale dell’editoriale del maggiore quotidiano saudita dopo l’11 settembre. Fini lamenta anche che nel film «l’attentato riesce, con un messaggio che è contro ogni speranza». Purtroppo, però, molti attentati riescono. Depurato di un paio di battute che sono in effetti eccessive, il film è un’utile provocazione che ci ricorda due verità fondamentali: che i terroristi più pericolosi ormai sono reclutati in Occidente, Italia compresa; e che una consistente percentuale dei musulmani, anche fra gli immigrati in Italia, se non simpatizza per i terroristi almeno li protegge con l’omertà e rifiuta di denunciarli, rendendo le posizioni dei «musulmani laici» intellettualmente interessanti ma socialmente marginali. Per questo, va denunciata la viltà dei gestori di cinema che rifiutano di far vedere il film. C'è certo qualche eccesso, ma il pubblico italiano è sufficientemente maturo per non avere bisogno di «grandi fratelli» che vigilino e che gli lascino vedere solo film «islamicamente corretti».