Quel filo invisibile tra cinema e filosofia

I l Brasile, come si sa, è terra di intense e accese contraddizioni. È terra del limite estremo, dell'orizzonte sconfinato; ma è paese, al contempo, della ricerca continua del superamento delle possibilità della vita, tramite la straordinaria forza del pensiero e della immaginazione. Capacità di visione e riflessione sono le due grandi energie che permettono alla vita di andare avanti e di inventarsi continuamente in nuove forme. Arte e filosofia si incontrano proprio in questa prospettiva, e lo fanno, in modo straordinario, in un figlio di questa terra, Julio Bressane, grande regista brasiliano, protagonista fra l'altro di varie Biennali a Venezia e di diversi Festival di Cannes e presente proprio in questi giorni a Milano in occasione della Milanesiana. Un triplice appuntamento, fra oggi e domani alla rassegna milanese, ci offre un interessante confronto fra cinema e filosofia, in un dialogo appassionante fra lo stesso Bressane e il filosofo, nonché jazzista, Massimo Donà.
«Cinema e filosofia - ci racconta il regista (autore nel 2001 di un celebre film sui giorni torinesi di Nietzsche) - sono guidati dalla stessa visione: sono come un organismo che attraversa la vita. Essi avvengono entrambi nell'erranza, sono potenti strumenti di autotrasformazione reciproca». La filosofia è per Bressane «la forma della materia che è la vita», e che ha rappresentato la fonte di ispirazione di tanti suoi capolavori. Ma come vede il filosofo il cinema? «Lo sguardo del filosofo è sempre dubitante - dice Donà - si stacca dal modo comune di vedere la cosa e si pone come sguardo obliquo sull'esistente. E nella straordinaria esperienza cinematografica, dove noi non siamo spettatori, ma parte viva di quell'evento, solo al cinema, in modo così radicale, siamo uno, nessuno, centomila». Se fin dall'inizio, il cinema e la filosofia sono stati per Bressane un gioco, quando a 11 anni comincia a riprendere il suo Brasile con la piccola macchina da presa regalata dalla madre, con il tempo essi divengono un modo per «attraversare» la realtà raccontandola e per uscire dalla mediocrità: «Il cinema si basa su una potente visione sperimentale e intuitiva, e si costruisce nell'incrocio fra le immagini, nel passaggio fra le discipline». Unicità del cinema anche per il filosofo Donà, in quanto in esso i sentimenti non sono determinati come nella vita di ogni giorno: «Al cinema non c'è attaccamento alle cose o vocazione al possesso. Per questo le opposizioni che governano il mondo della vita, al cinema cominciano a frantumarsi. A perdere di senso».
Arte e vita, allora, nel cinema, continuità e fratture: una storia antica che prosegue in quel «laboratorio sperimentale» di idee che, come dice Bressane, il cinema deve ancor oggi essere, non riducendosi a semplice sviluppo tecnico. Proprio nello sguardo del cinema, infatti, è il mito che viene ritrascritto: «La solidità della terra - replica Donà - non è più così nettamente contrapposta alla evanescenza dell'aria, e l'umidità dell'acqua non minaccia più il calore del fuoco. Si tratta di rendersi conto che al cinema gli elementi vengono forse ricondotti, più specificamente, a quella medesima in-differenza di cui tutti rimangono comunque espressione, in quanto espressioni del medesimo principio che tutto accomuna». Appuntamenti oggi allo Spazio Oberdan alle 14 e al Teatro Dal Verme alle 21, e domani alle 12 presso la Sala Buzzati del Museo della Scienza e della Tecnica. Interverranno anche Enrico Ghezzi, Antonio Rezza e Ruggero Pierantoni, con la musica di Elio e l'Orchestra dei Pomeriggi musicali.