Quel filo invisibile tra S. Babila e Brescia

«Venite amiche bombe e fate un macello di questo bordello che chiamano società». L'appunto, scritto con la fretta dell'enfasi sull'agenda da un giovane sanbabilino, galleggia nel mare magno di documenti, oltre un milione, che lo storico Mimmo Franzinelli ha scandagliato con la dovizia di un certosino per fare un altro po’ di luce nel buio dell'eversione nera degli anni Settanta, quella sfociata nelle grandi stragi di piazza Fontana e piazza della Loggia. Due ferite ancora aperte nonostante sia trascorso più di un trentennio, perché rimaste senza colpevoli e perché l'ultima frustrante sentenza sull'eccidio che a Milano costò la vita di 16 persone e il ferimento di altre 88, risale ad appena tre anni fa. Il processo per la bomba di Brescia datata 28 maggio 1974, invece, è addirittura ancora aperto: prossima udienza, 25 novembre 2008. Ma dove non arriva la giustizia, per malafede e inefficienza, può arrivare la storia che con metodo scientifico ridisegna fatti, ideologie, personaggi e connivenze sulla base di un enorme patrimonio documentale, ricco di inediti e sottovalutazioni. La sottile linea nera, questo il titolo dell'opera dello scrittore bresciano, è una radiografia del drammatico quinquennio (dal '69 al '74) che decretò la nascita, l'espansione e il ripiegamento dell'eversione neofascista, mettendo in luce l'abbraccio mortale con gli apparati istituzionali ma anche sgombrando il campo da teoremi e dietrologie che hanno alimentato le cronache di questi anni. Il libro di Franzinelli, frutto dell'analisi di verbali processuali, interrogatori, incidenti probatori, intercettazioni e perizie, sarà al centro di un dibattito che si terrà domani alla sala Buzzati (via Balzan 3, ore 18) alla presenza del giudice Guido Salvini, Nando Dalla Chiesa e il giornalista Luca Telese, l'autore di Cuori neri.
Cominciamo dalla fine, cioè dai colpevoli della bomba alla banca dell'Agricoltura. La sua analisi non lascia più spazio a dubbi.
«Le responsabilità del filone veneto, quello che portò prima alla condanna all'ergastolo e poi all'assoluzione di Freda, Ventura e Giannettini sono contenute a chiare lettere dall'ultima sentenza della Corte d'Appello di Milano del 12 marzo 2004 che, nel prosciogliere i neofascisti Maggi, Rognoni e Zorzi, amaramente sottolinea che l'assoluzione di Catanzaro fu un grave errore. Riprocessarli per lo stesso reato però era tecnicamente impossibile».
Il libro punta l'indice contro quasi tutti i vertici istituzionali dell'epoca: magistratura, servizi, carabinieri, partiti di governo…
«La Cassazione fece di tutto, riuscendovi, per strappare il processo ai giudici di Milano e convogliarlo in una sede più “docile“ come Catanzaro dove iniziarono i depistaggi. Quando poi Gerardo D'Ambrosio tentò di mettere alle strette il Sid affinché rivelasse l'identità spionistica di Giannettini, ebbe come risposte prima la bugia e poi il segreto di Stato».
La sua ricerca mette in luce la contiguità tra servizi segreti militari e eversione nera, eppure sembra sminuire il teorema della cosiddetta «strategia della tensione».
«Dall'analisi della documentazione di decenni di istruttorie emerge come molti neofascisti fossero strumentalizzati da un disegno che puntava ad una svolta autoritaria all'indomani del '68. Allo stesso tempo risulta chiaro come il fenomeno dell'eversione nera fosse complesso e variegato e i suoi componenti avessero estrazioni talora in conflitto tra loro. Il neofascismo agiva anche autonomamente seguendo proprie strategie che si fondavano su un'ideologia anticapitalista e antiborghese condita dal mito del superuomo e da un misticismo neopagano. A parte le sei stragi, gli attentati riusciti o falliti furono oltre quattromila: impossibile che fossero il frutto di un'unica mente. Certo, in carcere, molti camerati si resero conto di aver fatto da pedine di un gioco più grande…»
L’aspetto più inquietante sembra l'infedeltà dell’Arma…
«Dagli atti emergono responsabilità gravissime di alti esponenti dei carabinieri come l'ex comandante della Pastrengo, il generale Giambattista Palumbo, che offrirono appoggio e protezione all'eversione di destra».
Il libro traccia il profilo e mostra foto inedite di «cattivi maestri» finora trascurati dalle cronache, come Carlo Fumagalli e Giancarlo Esposti.
«Fumagalli era un ex partigiano che, allontanatosi dai vecchi compagni, iniziò a catechizzare i futuri terroristi neofascisti. Da latitante ricevette armi da alti ufficiali dei carabinieri che lui considerava “cobelligeranti“»..
E i politici? Nel suo libro non manca di far capolino anche il «Divo» Andreotti.
«I ministri della Dc ebbero la grave responsabilità di non voler individuare e rimuovere gli apparati istituzionali deviati. La svolta la sancì proprio Andreotti rivelando nel '74 che il neofascista Giannettini era effettivamente un agente del Sid. Ormai i servizi erano troppo compromessi e si potevano scaricare».
E poi arrivarono le Bierre.
«Già. Proprio nel '74, il capo del Sid Vito Miceli annunciò ai giudici: “ora non sentirete più parlare di terrorismo nero, ora sentirete parlare solo di ’quegli altri’. Le pedine cambiarono di colore…“».