Quel filo rosso che soffoca la Quercia

In un intervento sul Corriere della Sera Angelo Panebianco si pone, e propone, una di quelle domande alle quali non è facile rispondere anche in virtù di un nominalismo che in mancanza di meglio tiene luogo di ogni altra ragionata certezza. Commentando la fuga dalla battaglia di Caserta dei partiti riformisti. Panebianco osserva che bisognerebbe «dare una occhiata più attenta alla natura di quei partiti... che siamo soliti chiamare riformisti perché è così che si sono sempre autodefiniti».
Diciamo, intanto, che la stessa autodefinizione dei partiti dei quali si parla, Ds e Margherita, è assai recente. Per i Ds, risale solo all’inizio dell’avventura post-comunista, dopo la caduta del muro di Berlino e il collasso dell’Urss. Allo stesso modo è recente il riformismo della Margherita nella sua componente ex popolare ed ex Dc. Su queste basi dovrebbe nascere il Partito democratico che mettendo insieme per l’appunto «il riformismo socialista e quello cristiano» si propone come il rappresentante in Italia della sinistra progressista, per gran parte socialista, come si è andata formando nei vari Paesi europei. Ora l’inesattezza sta proprio in quella definizione, dei due partiti che dovrebbero costituire il Pd.
La definizione è inesatta, fino a sfiorare la mistificazione, per quel che riguarda la componente di radice comunista che nel passato più significativo ha sempre rivendicato, dinanzi alla socialdemocrazia, la sua natura rivoluzionaria. Neppure Giorgio Amendola, il più vicino nel vecchio Pci a quello che si intende per riformista, avrebbe accettato questa definizione. Anche perché il termine era considerato, nel vecchio Pci, come offensivo.
La distinzione vale in certa misura anche per i post-Dc. Vi fu, nella vecchia Dc, una componente sociale cristiana, che però non coincideva con la sinistra «politica» di quel partito, da Dossetti alla «sinistra di Base» di De Mita. Coincideva con una componente sociale, dapprima di origine sindacale, quella che con Pastore, Rapelli, Cappugi, dette vita alla Cisl, che poi si identificò in politica nella corrente «Forze Nuove» di Donat Cattin. Che si è sempre differenziata dalla sinistra «politica» della Dc per il suo anti-comunismo. Ciriaco De Mita, il più significativo esponente della «sinistra di Base» fu il teorico fra gli anni ’60 e ’70, dell’«arco costituzionale» volto ad aprire al Pci, impossibilitato per via delle alleanze internazionali a far parte del governo, la via del potere legislativo e parlamentare. Un percorso non dissimile da quello di Berlinguer.
Si tratta di dati di origine storica e culturale, è vero, ma certi caratteri restano tuttora ben visibili soprattutto nei Ds: per la presenza, all’interno del partito, di una corrente di sinistra, Mussi, Salvi, Bandoli, che ha preannunciato la scissione e il ricongiungimento coi partiti comunisti coi quali il filo non è stato mai rotto. Ancor più, il legame dei Ds col passato è testimoniato dalla timidezza con la quale il partito conduce da sempre le sue battaglie, politiche e culturali, non solo nei riguardi dei partiti comunisti e della sinistra massimalista, ma anche nei confronti di taluni temi, in specie la politica estera, il pacifismo a senso unico, l’anti-americanismo, che richiamano un passato dal quale la separazione resta difficile.
Il dubbio, per Panebianco, non riguarda solo la volontà riformistica dei gruppi dirigenti, ma anche l’orientamento di militanti ed elettori. Questi, in effetti, appaiono tutelati nei loro interessi in parte non esigua dal sindacato come ispiratore di politica generale, ma anche, come è per i sindacati di categoria, da strutture a carattere più schiettamente corporativo. E il sindacato è schierato per lo più proprio con la sinistra massimalista e più propriamente conservatrice.
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