Quel finto moderato infarcito di vendolismo

Non si è neppure lasciato andare a grandi euforie Giuliano Pisapia dopo la sorprendente buona prova al primo turno milanese. Alla sua sobrietà ha fatto da contraltare la baldoria dei «compagni», a cominciare da Nichi Vendola, il leader. Dimostra la differenza tra il malinconico vincitore e il suo frenetico entourage. Pisapia è un rifondazionista sui generis e si è sempre fatto fatica a capire che ci facesse lì.
In questa campagna elettorale ha commesso un errore simmetrico a quello della Moratti. Letizia lo ha ingiustamente accusato di un episodio degli anni di piombo: il furto di un furgone a scopo di sequestro nell’ambito di una faida tra estremisti di sinistra. Preso atto della topica avrebbe dovuto scusarsi. Giuliano, a sua volta, poteva cogliere l’occasione per distanziarsi dal se stesso che fu e liquidare quegli anni come un’insensatezza di cui arrossire. L’uno e l’altro, invece, hanno insistito sullo sbaglio e messo in subbuglio le rispettive campagne elettorali. A Pisapia è andata meglio perché l’inciampo dell’avversaria era sotto gli occhi di tutti, fresco e patente. Ma su di lui è ricascato addosso - e può ancora danneggiarlo - un passato odioso, che contraddice l’uomo che è poi diventato.
Quarto di sette figli, Giuliano è rampollo di una famiglia in vista della borghesia professionale. Il padre Giandomenico - morto 16 anni fa - è stato il penalista numero uno d’Italia e il principale artefice del nuovo processo penale (1989). Casertano, per anni nel Foro di Napoli, Pisapia senior si trasferì a Milano nel dopoguerra dove, 62 anni fa, è nato Giuliano. La madre, credente, educò lui e i suoi fratelli con severità e religione.
La giovinezza di Pisapia jr è inquieta. Il ragazzo non sa che vuole, vive esperienze contraddittorie, non trova la strada. Debutta casa e chiesa, scout in parrocchia, alunno del liceo Berchet con don Giussani per insegnante. Segue una fase altruista: «angelo del fango» nella Firenze sommersa del ’66; barelliere della Cri; volontario, a 19 anni, al carcere minorile, Beccaria. È un sor Tentenna anche negli studi. Parte in quarta con Medicina, preferita per ragioni umanitarie, ma, concluso il biennio, pianta lì. Si iscrive allora a Scienze politiche e si laurea. Sente in ritardo l’influsso paterno e si laurea anche in Legge. Poi, per infantile ribellione al padre e per distinguersi da lui, scarta il penale e si accinge a fare il civilista. È già sulla trentina ma, caratterialmente, uno sbarbatello. Pencolante com’è, si abbevera al clima di quegli anni e intrufola negli ambienti della sinistra rivoluzionaria. Tra i vari figuri in vetrina, sceglie quelli di Prima linea, che vantano già diversi delitti. Un giorno è arrestato il pluriomicida Roberto Sandalo che racconta la storia del furgone rubato e cita Pisapia tra i complici. È falso. Il futuro candidato sindaco urla e si dispera, ma non è creduto. Nonostante il padre sia una potenza, il procuratore Armando Spataro lo sbatte in galera. Ci resterà tre mesi tre. Al processo, i giudici applicano l’amnistia. Ma Giuliano la rifiuta e chiede di affrontare un giudizio vero. Con l’augusto papà alle spalle, è assolto in fretta per non avere commesso il fatto. Era vincere facile, ma anche la pura verità. La faccenda, assai prima dell’accenno di Moratti, era nota all’intera avvocatura di Milano perché Pisapia ne aveva parlato con i colleghi in lungo e in largo. Com’è anche risaputo che non riesce a perdonare Spataro e stenta a stringergli la mano.
Dopo l’avventura, il padre convoca il figlio, chiude la porta e dice: «Piantala di fare il civilista per distinguerti da me. Vieni a lavorare a studio, ma a un patto: non comprometterne la reputazione con l’estremismo. In cambio, rispetterò le tue idee». Giuliano, che è un bonaccione, accettò l’offerta. Lui è sempre in balia dell’evento, più che mai dell’ultimo. Prendete la storia dell’appartamento a basso fitto della fidanzata, Cinzia Sasso, giornalista di Repubblica. Un polverone elettorale, in cui lui c’entrava niente perché non era casa sua. Però, pur di mettere una pezza sullo scandaletto, decide - dopo 20 anni di serena convivenza - di sposare Cinzia per uscire di imbarazzo. Non c’e alcun rapporto tra fitto basso e matrimonio, ma inseguito dai fatti Giuliano ha reagito come gli veniva: alla carlona. L’uomo è confuso, ma gentiluomo.
L’ho conosciuto anni fa per un’intervista, quando era deputato di Rifondazione comunista. Ha espresso una serie di opinioni scontate e utopiche, di quelle che ti entrano in un orecchio ed escono dall’altro (le medesime di cui è zeppo il suo programma elettorale), ma la prima cosa che ha detto è questa: «Io leggo sempre il Giornale». «Per masochismo?», ho fatto io. «Per me, è indispensabile. Capisco come la pensa la destra e ho notizie che non trovo altrove. Sulla giustizia in particolare». Voi sapete quanto il Giornale sia garantista, bé Giuliano lo è di più. È il primo a essere offeso che il codice di procedura concepito dal padre sia stato tradito dai magistrati. «Era previsto Perry Mason, ci siamo ritrovati con Di Pietro», è l’amara ironia degli avvocati dalle Alpi al Lilibeo. Pisapia è favorevole alla separazione delle carriere, al divieto di appello in caso di assoluzione, a cancellare il reato «inventato» di concorso esterno in associazione mafiosa, puro parto di fantasia toghesca. Difende la riservatezza contro gli spifferi delle procure e l’orgia delle intercettazioni. «È il processo che è pubblico, non le indagini», dice. Ha anche scritto un libro con Carlo Nordio, il pm veneziano agli antipodi dei Di Pietro e compagnia. È, insomma, un estremista del garantismo alla Berlusca. Tanto che il commendator Travaglio gli lancia la beffarda contumelia di «turbogarantista». Per queste posizioni, Giuliano, che era il Guardasigilli in pectore di Prodi nel 2006, ha perso la poltrona, in favore del più gommoso Clemente Mastella.
D’accordo, è un eco-comunista, gli piace Guevara, stravede per Castro, ci vuole tutti in bici e le sue idee in genere sono un casino. È ovviamente un fiero antiberlusconiano, come tutta la famiglia. Per la lettura del Giornale, i fratelli gli fanno il muso. Penso che lo stesso faccia la moglie republiconas. Ma l’antemarcia dell’anti Cav è stato il babbo, Giandomenico. Repubblicano vicino a Ugo La Malfa, per il quale fu candidato (anni ’70) e di cui ha difeso il figlio, Giorgio, in Tangentopoli, si fece subito girare gli zebedei quando il Berlusca scese in politica. Di fronte alla novità, rimase sconcertato ed ebbe la tipica reazione del benpensante, alle soglie degli novanta: meglio la strada vecchia della nuova. Così si candidò con la sinistra - che nel 1994 significava Achille Occhetto - per il Senato. Non fu eletto e l’anno dopo morì.
Ci è rimasto Giuliano che sarebbe un buon lascito, specie come avvocato, se non fosse, ahimè, infarcito di vendolismo. Come candidato ha fatto tre promesse chiare: la nuova moschea; il leoncavallino Daniele Farina in consiglio comunale; stanze del buco per tossici sparse qua e là. E un profluvio di farlocche: respirare cultura; ossigeno per economia e lavoro; verde diffuso; verde partecipato; beni agricoli di prossimità; sostenibilità qui; creatività là. Su queste panzane si gioca il secondo turno. E lo spazio per il ribaltone c’è tutto.