Quel fuoco amico contro Mastella

"Post Dc" vicini alle toghe e l’ombra di Di Pietro dietro il tentato sgambetto sulla riforma della giustizia

Roma - L’internazionale postdemocristiana che vuol far pace coi magistrati, o la guerra silente ma irriducibile di Tonino Di Pietro al guardasigilli? Ambedue le cose probabilmente, hanno agitato ieri Palazzo Madama alle prese con la riforma della riforma Castelli. Clemente Mastella non smentisce e non conferma come suol dirsi, però ringrazia pubblicamente Giulio Andreotti per il voto salvifico del mattino, e confida d’essere in stretto contatto con Nicola Mancino impegnato a tenere le difficili briglie del Csm. Ma alla domanda se crede davvero all’assenza «casuale» del dipietrista Nello Formisano o non piuttosto a uno sgambetto ordito dal suo leader - a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca, insegnava proprio Andreotti - il segretario dell’Udeur e titolare della Giustizia risponde di getto: «Comunque vada, io il ministro torno a farlo. Lui, non credo proprio».
Il Mastella che a fine agosto ospiterà Silvio Berlusconi alla Festa del Campanile di Telese, non teme più di tanto le «manovre» del ministro per le Infrastrutture. È noto che Di Pietro non vedrebbe nessun altro al di fuori di sé al timone della Giustizia, men che mai Mastella. Sino al punto di far cadere il governo per far dispetto al leader di Ceppaloni? «Si farà male lui, non io», tranquillizza Mastella che ha fatto diffondere dagli altri due suoi senatori, Nuccio Cusumano e Tommaso Barbato, un comunicato per rivendicare la paternità dell’Udeur, oltre che di Massimo Brutti, dell’emendamento d’apertura ai magistrati sul passaggio delle funzioni. La nota conclude: «Mentre il ministro Di Pietro rilascia interviste sulla riforma e il suo capogruppo al Senato si assenta rischiando di far andare sotto la maggioranza e di lasciare in piedi la riforma Castelli tanto contestata dai magistrati, noi dobbiamo solo prendere atto che è grazie al senatore Andreotti che l’aula di Palazzo Madama ha conservato la sua maggioranza».
Se è soddisfatto, dell’unità ritrovata dall’Unione? «È presto per dirlo. Mi dirò soddisfatto quando la legge sarà approvata dal Senato», risponde prudentemente Mastella rivendicando di aver fatto tutto e di più per accontentare i magistrati - «Questa riforma rappresenta il punto massimo di equilibrio possibile», gli dà manforte Cusumano - e salvare il governo. «Certo che ringrazio Andreotti, ho sempre avuto stima e rispetto per lui, manifestandolo anche negli anni più difficili», rivendica il guardasigilli. Se ha telefonato a Mancino? «Lo sento tutti i giorni», risponde sorridendo, «da quando ero ragazzo». Pensa che infine, con lo sforzo congiunto Mastella-Mancino, i magistrati si convincano a revocare lo sciopero? «Io lo spero: abbiamo fatto il massimo. Se poi vogliono scioperare ugualmente, non posso impedirglielo». Un Mastella decisionista, che in aula aveva sferzato l’Unione: «Spero che la mia maggioranza si chiarisca le idee», esortandola alla «dignità» rivelata dall’opposizione.
Certamente Mancino e Mastella lavorano insieme, per sottrarre i magistrati all’egemonia dei duri e puri. Pare che Mancino abbia avuto una lunga telefonata anche con Andreotti. E ci sarà un motivo, se nella Cdl sono infuriati per le assenze dei senatori Udc? Al mattino, quando il governo s’è salvato per il soffio di Andreotti, Mario Baccini risultava in missione e Gino Trematerra in malattia. Nelle votazioni pomeridiane poi, si sono assentati anche Antonio De Poli e Michele Forte. Come non sospettare un «complotto» postdemocristiano?