Quel futurista che snobbava la pastasciutta

Se Filippo Tommaso Marinetti, focoso padre del futurismo italiano, si proponesse oggi come gourmet, probabilmente farebbe poca strada. Il suo slogan «Abbasso la pastasciutta, assurda religione gastronomica italiana!» farebbe balzare sulla sedia i più raffinati nostri buongustai, e non solo loro.
Come del resto successe allora, se un gruppo ligure di adepti, disperato, gli chiese supplichevole di risparmiare nella sua follia omicida verso spaghetti e bucatini almeno i ravioli, «che infondono ottimismo e futuristica vitalità a muscoli e cervello» e magari di avere un piccolo riguardo anche per le trenette al pesto. Ma per quel momento vinse l'aeropranzo: la tavola disposta ad aeroplano apparecchiata con carta stagnola «d'acciaio» e succulente portate a base di timballo di avviamento e ammaraggio digestivo. Con sottofondo di motore. Sottofondo. Una parola chiave in ogni banchetto che si rispetti, che sia un fastidioso intonarumori futurista o che sia invece musica nel senso più «tradizionale» del termine. Argomenti assai appetitosi che Roberto Iovino e Ileana Mattion affrontano nel libro «Sinfonia Gastronomica», edito da Viennepierre (finalista al Bancarella cucina 2007) e di cui discuteranno con il pubblico sabato 6 dicembre (h 15.30) nel Museo dell'Olivo della Fratelli Carli a Imperia, in occasione dell'inaugurazione in questa città della mostra itinerante sui Teatri Storici in Liguria «E lucevan le stelle». E al binomio inscindibile musica-cucina, si aggiunge anche l'eros, immancabile protagonista dei simposi greci prima e dei banchetti romani poi, con le danze di flautiste leggiadramente vestite (spesso schiave), per stimolare le fantasie erotiche dei convitati.
La sensualità aleggiava durante i brindisi medievali e nella vita culinaria dei castelli, accompagnata dalla voce di menestrelli e cantori; nonché nelle corti rinascimentali, durante coreografici banchetti e ardite costruzioni sonore di matrice fiamminga.
Grande allegria poi nei palchetti del teatro d'opera, quando, soprattutto nel corso del settecento, molto poca era l'attenzione a ciò che avveniva sul palcoscenico e grande invece la passione per tutti i passatempi - erotici e gastronomici - che si svolgevano nei retropalchi, in intimità o in compagnia. Per non parlare delle cene settecentesche tra donne, mariti e cicisbei, impreziosite dalla Tafelmusik (da suonarsi intorno alla tavola imbandita) e dalla danza del minuetto, occasione di approccio non solo propriamente musicale. In fondo, ancora oggi, quanti tentativi di seduzione avvengono a lume di candela, davanti a due coppe di champagne e un delizioso manicaretto, magari con un pianoforte discreto in sottofondo! E a proposito di champagne, il brindisi non è certo l'ultimo arrivato, basta scorrere le pagine dei libretti d'opera per goderne il gusto inebriante: allora libiam pure «nei lieti calici», ma pensiamoci due volte ad «innaffiar l'ugola» in compagnia di Jago. Ancora una piccante curiosità: è bene sapere che i calici si dicono ispirati alle rotonde forme del seno di Madame de Pompadour, mentre i più raffinati flûte si accontentano di un modello, il flauto, più sobrio e meno prosperoso. Lasciamo concludere allora proprio al Don Giovanni mozartiano, in cui trionfa il connubio vino-danza-eros, in quel tripudio di dissolutezza e depravazione che lo porterà all'inferno: «Vivan le femmine, viva il buon vino, sostegno e gloria d'umanità». Sarà un caso, ma nonostante tutto, il bieco Don Giovanni risulta sempre il più simpatico.