Quel «Gadget» che cambiò le sorti del mondo

L’era nucleare ha le sue radici alla fine del XIX secolo, con i lavori di Becquerel e dei coniugi Curie sulla radioattività. Chi venne dopo scoprì che il decadimento radioattivo rilascia quantità di energia che sono un milione di volte maggiori di quelle rilasciate dalle reazioni chimiche. Un rilascio graduale, tuttavia, senza possibilità di essere praticamente utilizzato. Finché, nel 1933, il fisico ungherese Leo Szilard avanzò l’ipotesi di usare una reazione a catena, indotta da urti tra neutroni e nuclei atomici, per scindere il nucleo (fissione) e accelerare quel rilascio di energia. Anche se nei termini formulati da Szilard era un fallimento, quella era l’idea che avrebbe aperto le porte alla realizzazione di una bomba. Fu Enrico Fermi ad eseguire, senza rendersene conto, a Roma nel 1934, la prima reazione di fissione. Un processo di cui ci si rese conto solo negli anni 1938-39, col mondo che si avviava verso la guerra: in Occidente, per la propria espansione, la Germania nazista passava dalla pratica dell’intimidazione al ricorso alle armi, e in Oriente il Giappone aveva già invaso la Manciuria. E fu col mondo in guerra che il governo americano decise di avviare, per la realizzazione della bomba atomica, il «Progetto Manhattan»; che raggiunse il proprio apice, appunto, all’alba del 16 luglio 1945 quando, nel deserto col molto appropriato nome di «Jornada del Muerto», nello Stato del New Mexico, fu eseguito l’esperimento cruciale: esplose «Gadget», la prima bomba atomica. Il suo cuore era stato trasportato sul sedile posteriore di un’auto: gli stava seduto accanto Philip Morrison, uno dei più giovani fisici del progetto Manhattan e studente di Robert Oppenheimer. Per prepararsi all’esperimento, due mesi prima erano state fatte esplodere, avvolte da una rete di tubi contenenti 1000 curie di prodotti di fissione, 100 tonnellate di TNT: un test, questo, che permise di calibrare gli strumenti per misurare l’onda d’urto dell’esplosione nucleare e per avere informazioni sulla distribuzione, nel territorio circostante, dei prodotti di fissione causati nell’esplosione. Nel frattempo, tutto l’occorrente per il lancio della bomba contro il Giappone veniva inviato a Tinian, un’isola del Pacifico. Il 14 luglio, «Gadget» fu sistemata in cima ad una torre d’acciaio alta 30 metri. Non era ancora l’alba, quel 16 luglio, quando esplose: chi in tutto il New Mexico e in parte del Texas e dell’Arizona, fin oltre 200 chilometri dal centro dell’esplosione, ne vide il bagliore e ne sentì il «dolce» calore, dovette assistere, quel giorno, al sorgere di due soli, quando un quarto d’ora dopo spuntò l’alba. Più vicino, il calore emesso fuse la sabbia del deserto e vaporizzò all’istante la torre d’acciaio ove la bomba era stata collocata. L’esperimento fu reso pubblico il 6 agosto, dopo che «Little Boy» fu lanciata su Hiroshima, uccidendo 120mila persone. Il 9 agosto, a Nagasaki, fu il turno di Fat Man, che causò altre 70mila vittime. Il 14 agosto il Giappone si arrese. Philip Morrison dedicò al disarmo nucleare il resto della propria vita, che si è spenta, a 89 anni, lo scorso aprile. Le esplosioni di «Gadget», «Little Boy» e «Fat Man» sono state le uniche da armi nucleari mai occorse in tempo di guerra. Senza di esse la Storia sarebbe stata un’altra. Non sappiamo quale, ma il nostro cuore ci suggerisce che sarebbe stata peggiore.