Quel garantismo dietro la denuncia di Berlusconi

Turi Vasile

Non è parso vero ai campioni che da dieci anni si dedicano al tiro a volo contro Berlusconi, indicato come il responsabile di tutti i mali del mondo, di trovare un nuovo motivo per sparargli addosso. Tutti contro appassionatamente col soccorso di nuove leve. Perché? Perché ha detto la verità dal momento che nessuno lo ha smentito? Perché l’ha detto in malo modo? Eppure il suo comportamento può essere interpretato come un atto di fiducia globale nella magistratura. Mi par di vedere apparire sui visi di un uditorio immaginario il sorrisetto straziante di superiorità che molti personaggi ostentano quando parla chi la pensa diversamente, da Bersani a Follini, più enigmatico della Gioconda. Eppure, rivendico il diritto di pensare che il presidente del Consiglio in quanto tale, prescindendo dai suoi fatti personali che gli avrebbero suggerito di non esporsi temerariamente in prima persona con la magistratura non certo tenera con lui, ha pensato di sottoporre, per rispetto istituzionale, quel che sapeva ai giudici come gli unici abilitati a trarre le conclusioni sul lecito e sull’eventuale illecito. E questo è garantismo, checché ne rida Diliberto, emerito ministro della Giustizia. La mossa del presidente, prima provocatoriamente suggerita quindi vituperata, deve avere in ogni modo preoccupato i diesse che, attraverso Fassino, hanno invocato in gran fretta di chiudere il caso. È chiaro il tentativo di privare la Casa delle libertà dell’argomento, anche solo politico e non giudiziario, della questione morale di cui il centrosinistra millantava fin qui di avere l’esclusiva. Con un atto di coraggio civile insolito ai nostri tempi, Berlusconi, respingendo ogni intimidazione, ha dichiarato che il caso non è chiuso. Prima o poi alcuni signori dell’Unione, in quanto personalità pubbliche, dovranno rivelare i menu di mezza dozzina di pranzi avuti con un forte esponente di interessi bancari, sia pure per dichiarare che lo incontravano in salette riservate per non dirsi niente. E altro ancora c’è da chiarire.
Il clamoroso incidente è servito in ogni modo per smascherare la fragile coerenza degli alleati del premier. C’è chi addirittura lo ha rimproverato di fare concorrenza all’Ambra Jovinelli, rinfacciandogli nel tempo stesso di avergli dato ferrea solidarietà per dodici anni, ma scordando quella da lui stesso ricevuta nel momento del bisogno. C’è chi mette ostentatamente in primissimo piano il suo nome per dichiarare esaurita una egemonia a cui pur deve la sua rigenerazione. Non si accorgono che così facendo essi cadono in balia della tattica del divide et impera adottata dall’avversario che dicono enfaticamente di voler abbattere? O si sentono lusingati dalla recente investitura concessa da uno strano soggetto politico dell’ultima ora, Diego Dalla Valle, che ha eletto la sacra trimurti del centrodestra nelle persone di Casini, Fini e Tremonti da contrapporre ai rappresentanti del nuovo Partito democratico da lui designati in Prodi, Rutelli, Fassino e in aggiunta Mastella? (quest’ultimo penso in panchina, perché mi pare che sia giunto per lui il momento di saltare il fosso. Che ci sta a fare, ormai, tra i leoni?). La grave congiuntura attuale, il pericolo di una restaurazione che grava sul Paese, dovrebbe consigliare un rientro alla base con pieni diritti e pieni doveri di reciproca solidarietà, per non rischiare di diventare i migliori nani della nostra vita come si intitola un programma televisivo di varietà, anzi di avanspettacolo.