Quel garofano senza cuore né storia

E così rinasce il Psi. Forse risentiremo il canto dell’Internazionale e la canzone Viva l’Italia che accompagnava i congressi del garofano. Eppure non possiamo non provare uno stringimento di cuore perché quella scena del Psi unito attorno a Bettino Craxi ci sembrerebbe rivivere solo come una finzione della memoria nel Psi riunito attorno a Enrico Boselli. Anche se vedessimo insieme Formica e De Michelis e tanti altri grandi nomi della storia socialista. Ci sembrerebbe la storia di un fantasma, una riproduzione della nostalgia, un falso d’autore.
Ci sono venute alla mente spontaneamente le parole che Umberto Eco mette come motto del suo romanzo: Il nome della rosa. Visto che il latino ritorna insostituibile, recitiamolo in latino: stat rosa nudo nomine, nudo nomine rosam tenemus, la rosa sta nella sua parola e la cogliamo in essa.
Invece che di rosa, si tratta qui di garofano. Ma il garofano con Craxi voleva dire la liberazione dalla falce e dal martello. Ricordava i garofani sulle canne dei fucili della rivoluzione portoghese, anche se quella non fu una rivoluzione liberale. Il garofano era il simbolo del fatto che la storia socialista non era quella comunista, che la libertà della persona amata dai socialisti non era il regime totalitario con cui era stato realizzato il «socialismo reale».
Oggi dietro il simbolo non ci sarebbe più niente, solo l’ossessione della memoria, quella di poter rivivere il proprio sogno a prezzo della sua realtà. Ma è logico che ciò accada in questa congiuntura italiana in cui ciascuno rivive la sua storia purificata dalle sue colpe. Come è bello cancellare la seconda Repubblica, Berlusconi, gli anni Novanta, cancellare anche Prodi e Parisi, resuscitare il passato. La politica italiana si è ricostruita in modo perfetto all’ombra della restaurazione. Vuole rifare l’almanacco dopo Napoleone: come fecero i Savoia, aggiornando la loro corte di Torino.
Nessuno riesce a dare a socialismo o centrismo o cattolicesimo democratico un contenuto reale nell’età della globalizzazione, quando lo Stato ha perso gran parte dei suoi poteri e gli interessi sociali non hanno più bisogno di mitologie ideologiche per proporsi.
Pensare a un congresso socialista di domani, con i vecchi socialisti che si abbracciano l’un l’altro dicendo che l’incubo è finito ed è tornato tutto come prima, mostra solo l’illusione in cui il ceto politico italiano vive tuttora. Pensare che domani potremmo assistere a uno scontro politicamente significativo, gestito con linguaggio cifrato, tra Rino Formica e Ciriaco De Mita, indica la malattia della politica italiana che vive con un solo desiderio: seppellire Berlusconi, che ha distrutto il mondo dei partiti e ha fatto emergere la società, il popolo, obbligando le forze politiche a parlare il medesimo linguaggio della vita quotidiana, abolendo il cifrato politichese che esprimeva la condizione della razza padrona. Purtroppo il costo della politica, l’aumento indefinito delle spese che riguardano il ceto politico, indica che la restaurazione è ora fatta e che i politici non hanno più vergogna di quello che, con un educato eufemismo, Cesari Salvi ha chiamato «il costo della democrazia». Boselli è un classico ragioniere della politica, fa i suoi conti e i conti tornano. E con qualche ragione per i socialisti perché i postcomunisti vogliono abrogare anche il residuo del loro nome per mantenere la loro cosa, allievi fedeli ma infelici del Gattopardo. È una vittoria per i socialisti che i postcomunisti abbiano tanto vergogna della loro storia da farsi redimere dalla sinistra democristiana. Se Sparta piange, Messene non ride. Un troncone della sinistra, senza potere, gode dell’apparenza senza realtà, l’altro troncone piange non potendo confessare la propria realtà con il linguaggio della sua appartenenza storica che pure è così reale.
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