Quel giorno a Pechino parlando di motori

Eravamo a Pechino. Mi telefonò pur non conoscendomi perché sul suo cellulare erano rimaste impresse tre chiamate senza risposta

Eravamo a Pechino. Mi telefonò pur non conoscendomi perché sul suo cellulare erano rimaste impresse tre chiamate senza risposta. Richiamare è una cortesia fra persone normali, ma alla vigilia di una grande competizione, di una gara olimpica, quando uno è il cittì della squadra azzurra che deve difendere il titolo e l’altro qualcuno che neppure conosce, quel ritelefonare assume ben altro significato. È un’eccezione, una rarità, qualcosa che svela più di ogni descrizione chi diavolo tu sia. E Franco Ballerini era una brava persona. Anzi: Franco Ballerini è una brava persona. Perché la gente per bene lascia ricordi senza tempo; la gente con i piedi per terra affida emozioni che non s’impolverano e vanno riassaporate, rigorosamente, sempre e per sempre al presente.
«Ciao, sono Franco Ballerini» disse, mentre s’asciugava dopo la doccia. «Solo per questo non ho subito risposto, ma tu chi sei?» Seguirono nome e cognome. «Piacere di conoscerti», aggiunse. Per la verità ci eravamo già incontrati. Ad Atene, dopo l’oro di Bettini. Gli spiegai: sono quel giornalista di formula uno prestato alle Olimpiadi. Vorrei assistere all’ultimo allenamento di Bettini&C, prima della gara, a bordo dell’ammiraglia.
Ne sono sicuro. Non ha mai mandato a memoria il mio nome, però si è sempre ricordato quella chiacchierata. Ad Atene, quattro anni prima, mentre seduto a un tavolo giocherellava con la medaglia d’oro appena conquistata da Bettini e chiedeva della F1, dei motori, dei rally e di Schumi. A Pechino domandò invece dell’addio di Schumi e della Ferrari e di Raikkonen e di Massa e dell’intero team, dei ragazzi del box. Chiedeva spesso di loro. Chiamatela deformazione professionale di un uomo abituato a vincere con la squadra e a far vincere una squadra.
Rispose di sì. Guidava lui. Il giorno dopo passai un’intera mattinata sull’ammiraglia con il “Ballero” che, non appena la tensione s’allentava, tornava a domandarmi di box, macchine, Ferrari e Valentino Rossi diviso tra moto, F1 e rally. Già, i rally. Intanto Bettini, Rebellin, Bruseghin e gli altri passavano, si distaccavano, allungavano, poi tornavano e sparivano di nuovo. Al ritrovo, un attimo prima di salire in auto, il ct mi aveva detto: «Ok, adesso stai con noi sull’ammiraglia, ti siedi dietro, e dopo, quando arriveremo all’inizio del tratto difficile del circuito olimpico, dovrò farti scendere. Ti riprenderò a fine allenamento». Questione di segreti, tattiche e strategie da concordare. Ricordo che a un tratto l’ammiraglia rallentò e pensai, ecco, questo è il punto dove mi lasceranno. Mi fece segno di scendere. Appena fuori spuntò dal finestrino la sua manona che mi indicava la portiera davanti. «Dai, salta qui accanto a me. Dove eravamo rimasti con la Ferrari e Valentino e le corse?». Non scesi più.