Quel giorno piansi per l’Italia Da allora non l’ho più fatto

Gentile Direttore, Le scrivo per ringraziare sia Lei che consente ad un ex giovane guardamarina della Decima di dire la propria, che i consiglieri di An per la serietà dimostrata nel respingere una proposta indecente. Se in quella data c’è qualcuno da ricordare non sono certamente i generali e gli ammiragli traditori che erano da tempo in connivenza con il nemico ma chi, come il comandante Junio Valerio Borghese, prese la decisione di continuare a combattere insieme con i suoi marò, per l’Onore dell’Italia, a fianco dell’alleato tedesco.
Se fossimo un Paese veramente normale si dovrebbe far conoscere anche nelle scuole ai nostri ragazzi il pensiero di grandi italiani e di Eroi rispettati dallo stesso nemico come il principe Borghese che, in quei giorni drammatici, riscattò, per davvero, l’onore della nostra Patria tradita ed umiliata dal Re e dai suoi lacchè. Sul dramma dell’8 settembre il comandante Borghese infatti scrive: «In ogni guerra la questione di fondo non è tanto di vincere o di perdere, di vivere o di morire, ma di come si muore. Una guerra si può, perdere con dignità e lealtà. La resa ed il tradimento bollano per secoli un popolo davanti al mondo».
Ed ancora: «All’8 settembre, al comunicato di Badoglio, piansi. Piansi e non ho più pianto. E adesso, oggi, domani, potranno esserci i comunisti, potranno mandarmi in Siberia, potranno fucilare metà degli italiani, non piangerò più. Perchè quello che c’era da soffrire per ciò che l’Italia avrebbe vissuto come suo avvenire, io l’ho sofferto allora. Quel giorno io ho visto il dramma che cominciava per questa nostra disgraziata Nazione che non aveva più amici, non aveva più alleati, non aveva più l’onore ed era additata al disprezzo di tutto il mondo per essere incapace di battersi anche nella situazione avversa. Anch’io, in quei giorni del settembre del 1943, fui chiamato ad una scelta. E decisi la mia scelta. Non me ne sono mai pentito. Anzi quella scelta segna nella mia vita il punto culminante, del quale vado più fiero. E nel momento della scelta, ho deciso di giocare la partita più difficile, la più dura, la più ingrata. La partita che non mi avrebbe aperto nessuna strada ai valori materiali, terreni, ma mi avrebbe dato un carattere di spiritualità e di pulizia morale che nessuna altra strada avrebbe potuto darmi».
Ogni ulteriore commento a tanta nobiltà di animo credo sia superfluo.