Quel «Giro di vite» è la fine dell’innocenza

Una fila di cipressi. Cielo notturno fra alte rocce spioventi. Qui giunge la Governante-narratrice del Giro di vite nella riduzione operistica di Benjamin Britten. Lo sperduto maniero della novella di Henry James, fonte dell’opera che ha aperto con vivo successo la cinquantacinquesima edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto, è diventato nella lucida messa in scena di Giorgio Ferrara l’isola più suggestiva della pittura, quella dei morti di Arnold Böcklin. Un luogo che sprigiona, come James voleva, l’acre odore del Male. (Non si può dimenticare che una delle versioni del sublime quadro era nel Nido di Berchtesgaden, preda ammirata di Adolf Hitler). In quell’isola dello spirito circola aria viziata, aleggiano tensioni e ossessioni che Britten ben conosceva.
I traumi che ossessionano i piccoli protagonisti del Giro di vite, la crudele parabola che narra la fine dell’innocenza corrotta dalla seduzione degli adulti, furono un tema nodale per Britten, affascinato dal mondo pre-adolescenziale da cui sembrava non essersi mai emancipato.
Nel Novecento pochi hanno scritto per le voci bianche con la sua genialità idiomatica. La parte di Miles, il padroncino stregato dal fantasma del cameriere morto, fu pensata per David Hemmings, il quale, prima della nota carriera di attore, incantò Britten per le sue sembianze da caduto chèrubo, guizzante di inconsapevole malizia e terso vocalmente come il cristallo. A Spoleto c’erano i bravissimi Thomas Copeland (Miles) e Rosie Lomas (Flora), un’adolescente con i capelli rame usciti dal pennello di Burne Jones.
Lo spavaldo spettro Quint che irretisce fino alla morte Miles era Leonardo Capalbo, vocalista insinuante, incisivo come la sua succube amante Emily Righter (Miss Jessel). A posto Marie-Adeline Henry (Governante) e Hanna Schaer (Mrs. Grose). Johannes Debus ha diretto quel piccolo manipolo di musicisti che suona come un’orchestra completa con la precisione necessaria a garantire la struttura architettonica che utilizza il tema con variazioni.
È questa, un’altra magia dell’Autore e una lezione a quanti, critici e accoliti, esaltavano in Schönberg e Webern la religione delle forme.