«Quel giudice fa politica, i colpevoli non siamo noi»

«Il procuratore venga a vedere come hanno ridotto la valle»

Stefano Filippi

nostro inviato a Venaus (Val di Susa)

La vittoria di Pirro è durata lo spazio di una notte. Giovedì sera i 30mila marciatori della Val Susa brindavano e si scaldavano ai fuochi accesi sul prato davanti al cantiere della Tav. «Ci siamo riappropriati della nostra terra», esultavano davanti all’immobile schieramento di polizia e carabinieri costretti a battere in ritirata. Una giornata «storica», «Venaus è nostra» urlava al megafono Antonio Ferrentino, uno dei capi della rivolta. Ieri mattina, campo libero per le forze dell’ordine che impedivano a chiunque di mettere piede sul terreno «liberato». Quei 35mila metri quadrati sono della Ltf, la società che costruirà la ferrovia veloce Torino-Lione. Proprietà privata, accesso vietato. La recinzione è stata abbattuta, reti e fil di ferro giacciono sul ciglio della strada, ma è come se ci fosse una staccionata virtuale, un confine invisibile, sembra di stare su alla frontiera del Moncenisio, ai piedi del Rocciamelone, dove la linea immaginaria divide Italia e Francia, mentre qui a Venaus separa la legalità da tutto il resto.
Giovedì è stato un giorno di guerriglia e il terreno davanti al cantiere all’ingresso del paese è un vero campo di battaglia. Alberi divelti, lattine, teloni, cartacce, e plastica, montagne di plastica: bottiglie, bicchieri, sacchi e sacchetti che nessuno manda a raccogliere. Qualche falò fumiga ancora. Brilla il sole, ma non scalda. La lunga marcia di protesta aperta dai sindaci in fascia tricolore ha lasciato il posto a una gelida pace armata. Dalle finestre penzolano lenzuola bianche con la scritta No Tav. Ovunque cartelli stradali imbrattati con molta attenzione: la segnaletica è coperta dalla faccia di Beppe Grillo neo-valsusino, sulle indicazioni di polizia stradale e carabinieri è scritto «maiali» mentre le frecce pubblicitarie di ristoranti, agriturismi, panifici e prodotti tipici sono intatte: tutti tengono famiglia tranne le forze dell’ordine.
Anche gli animi sono infuocati. La possibile denuncia dei poliziotti da parte della Corte dei conti brucia. E il sindacato degli agenti è sul piede di guerra. Secondo il segretario nazionale del Sap, Filippo Saltamartini «l’inchiesta della Corte dei conti del Piemonte non si può fare. Serve un reato, un illecito accertato da un giudice ordinario. La Corte del conti non può sostituirsi alla magistratura ordinaria». Tra gli agenti si parla anche di una possibile denuncia per abuso nei confronti del giudice. Il parlamentare di An, Ascierto, in queste ore sta preparando una interrogazione parlamentare bipartisan da presentare al ministro di Giustizia Castelli. Franco Maccari, dirigente del Coisp, si dice «esterrefatto» dalla decisione di quel magistrato di rendere pubblica l’inchiesta e parla di «chiaro fine politico» da parte del giudice.
«La Corte dei conti indaga su di noi perché abbiamo rovinato l’immagine dell'Italia - mormora un poliziotto - venga quassù, il procuratore, a vedere come i vandalismi hanno ridotto questa vallata». «È il lavoro nostro, lo accettiamo per quello che è - dice un carabiniere -. Quando ci sono parti in causa noi finiamo sempre in mezzo». Chiacchierano del freddo, ieri mattina c’era meno otto. Chiedono notizie dei colleghi feriti negli scontri, «fa più notizia la manganellata su un civile che la testa spaccata di uno dei nostri». Ricostruiscono le tattiche di aggiramento messe in atto dagli anarchici, si raccontano l’un l’altro gli episodi del giorno prima.
Uno ha visto un carabiniere calpestato dalla folla, un altro gli estremisti in passamontagna nero devastare i camper noleggiati dalla questura di Torino perché i poliziotti potessero farsi un caffè caldo. «Hanno fatto razzia dei nostri rifornimenti», dice un agente che giovedì ha preso servizio alle 4 del mattino e ha ricevuto il cambio alle 18. Un altro ricorda che la giornata di trasferta viene compensata con 19 euro lordi. Ma per qualche altro «una qualsiasi domenica allo stadio è molto peggio». «Noi gli antagonisti non li vogliamo, ci danneggiano», dice un valligiano di passaggio. «Ma voi non li avete isolati a dovere», ribatte un poliziotto.
Dopo la battaglia campale, è tregua. Il traffico scorre normale ovunque, né in Val Susa né nella laterale Val Cenischia sono stati organizzati cortei o assembramenti. Qualche amministratore locale va al cantiere per controllare come vanno le cose. Tutto apparentemente calmo in attesa dell’incontro di oggi a Roma, dove una delegazione di sindaci piemontesi sarà ricevuta a Palazzo Chigi. Ieri sera i primi cittadini della vallata si sono riuniti ancora per concordare le richieste da presentare al governo, prima tra tutte la «demilitarizzazione» del territorio.