Quel giudice con la sigaretta che ha condannato le cosche

L’uomo che per 110 volte ha pronunciato la parola «condanna» è un signore di mezza età, capelli brizzolati e sigaretta (spesso) accesa. Un recente passato da pubblico ministero alla Procura di Como, cordiale ma di poche parole, da circa un anno è arrivato al settimo piano del Palazzo di giustizia di Milano. Non un gigante, ma qui la statura non si misura in centimetri. Perché Roberto Arnaldi è il giudice che ha detto che «sì, la ’ndrangheta in Lombardia esiste». E lo ha fatto con una sentenza che fa storia a queste latitudini, chiudendo il cerchio di un’indagine esplosa 14 mesi fa con una raffica di arresti e conclusa tra i boati di protesta di boss e manovali delle cosche, chiusi nelle gabbie dell’aula bunker di Ponte Lambro, in una notte di freddo e nebbia che segna il confine tra un’organizzazione criminale mimetizzata nella «zona grigia» della società, e un «fenomeno mondiale» - così lo definisce il procuratore aggiunto Ilda Boccassini - fatto di carne, ossa e pallottole, pizzo e affari, collusione e potere.
Un uomo solo, il giudice Arnaldi, davanti a una truppa di imputati come è raro vederne nel corso di un’udienza con rito abbreviato. Lui, e 119 detenuti che arrivano da tutte le carceri italiane, in attesa del verdetto. Ci ha messo più di quanto lui stesso non avesse immaginato. Qualcosa come trentadue ore di camera di consiglio, e anche questo è la misura dello scrupolo con cui sono state prese in considerazione le singole posizioni. E così alla fine ci sono stati sei proscioglimenti (cinque per «ne bis in idem» e uno per morte del reo), e tre assoluzioni, incusa quella dell’ex assessore provinciale di Milano Antonio Oliverio. Condannato a un anno e 4 mesi per turbativa d’asta, invece, l’ex sindaco pidiellino di Borgarello (Pavia), Giovanni Valdes. A dire che anche la politica non è stata immune alle pressioni (o tentazioni?) della malavita. Per il resto, Arnaldi ha accolto l’impostazione della Procura, dell’aggiunto Boccassini e dei pubblici ministeri Alessandra Dolci e Paolo Storari. E lui, il giudice, che poco dopo il suo arrivo a Milano si è subito dovuto confrontare con uno dei procedimenti più delicati degli ultimi anni, istruito dal pool dell’antimafia senza pentiti ma con quasi un milione e mezzo di contatti telefonici intercettati in due anni. Tradotto, 25mila ore di telefonate, 20mila ore di colloqui «ambientali» registrati, e filmati, incluso quello dell’elezione a «mastrogenerale» per il Nord di Pasquale Zappia (condannato sabato a 12 anni di reclusione, e portato via da un’ambulanza dopo la lettura della sentenza), avvenuta - come un insulto agli eroi della Repubblica - nel centro «Falcone e Borsellino» di Paderno Dugnano il 31 ottobre del 2009. E anche questo è un segnale. Che per Zappia - ritenuto il capo dei capi - le porte del carcere non si riapriranno tanto presto. E stessa sorte - in attesa della sentenza d’Appello - per Alessandro Manno (16 anni), considerato il «reggente» della locale di Pioltello; Cosimo Barranca (14 anni), boss a Milano; Vincenzo Mandalari (14 anni), al vertice di Bollate. Sono questi, stando alla sentenza di primo grado, i nomi degli uomini forti della ’ndrangheta al Nord. Dopo di loro, la lunga sequela di numeri due, di fiancheggiatori e manovali delle cosche. E anche per loro, condanne su condanne, da 12 anni fino a scendere a 4. Tutte con lo sconto di un terzo della pena, così come previsto dal rito abbreviato. Le organizzazioni criminali - è il timore degli inquirenti - proveranno a tessere una nuova trama. Ma intanto, il giudice Arnaldi ha tolto l’ultimo mattone alla piramide della malavita smontata dalla Procura.