Quel «golpe legale» delle toghe rosse

«Qualora vinca il centrosinistra - scrive Fabrizio Cicchitto - il pericolo dell'instaurazione di un regime è molto forte (...) l'organizzazione del potere politico-economico del centrosinistra avrebbe in un settore della magistratura e in pezzi dei corpi dello Stato il suo braccio armato con un rinnovato uso politico della giustizia (...) Questo libro è stato scritto anche per descrivere ed esorcizzare questo pericolo partendo da una ricostruzione di ciò che è avvenuto finora sul terreno della giustizia e che costituisce un'esperienza del tutto anomala del mondo occidentale: l'anomalia italiana...».
E in questo libro («L'uso politico della giustizia», ed. Mondadori, pag.320), pubblicato a ridosso delle elezioni, tutti gli aspetti dell'anomalia italiana sono descritti da Cicchitto analiticamente: l'anomalia italiana e il sistema Tangentopoli, la Prima Repubblica e il finanziamento irregolare dei partiti, la mafia, Andreotti Falcone Violante e le cooperative rosse e bianche, Magistratura democratica, l'uso politico della giustizia e Berlusconi, Marcello Dell'Utri e la mafia, l'establishment finanziario-editoriale e i furbetti del quartierino e la Banca d'Italia. A cominciare dalla scelta fatta da Palmiro Togliatti di fare il ministro di Grazia e giustizia nel primo governo di unità nazionale: «Il segno di un'attenzione, poi risultata crescente, del Pci nei confronti degli apparati dello Stato (magistratura, polizia, carabinieri, esercito, Guardia di finanza, servizi segreti) che doveva fare il suo salto di qualità negli anni Settanta con l'azione condotta da Ugo Pecchioli e successivamente da Luciano Violante». Mentre «nella magistratura emergeva progressivamente la tendenza a una crescente conquista di influenza, di potere, di immagine nella società italiana», spinte favorite dall'ordinamento giuridico italiano che consente alla magistratura un'autonomia assoluta, e finchè nel 1964 sorge Magistratura democratica, un'associazione di magistrati dichiaratamente di sinistra e che diventa un vero e proprio soggetto politico e si collega al Partito comunista dando un colpo mortale allo Stato di diritto, fondato sulla divisione dei poteri e sulla terzietà del giudice.
È in questo quadro che Cicchitto passa in rassegna la vicenda di Tangentopoli e di Mani pulite, con l'interpetrazione dominante e paradossale di opporre politici colpevoli ad imprenditori vittime, mentre le grandi imprese italiane erano tutt'altro che concusse e dal sistema di Tangentopoli traevano tutti gli utili possibili: «C'è ancora da spiegare - e Cicchitto cita Francesco Cossiga - perché la classe politica fu decimata mentre la classe imprenditoriale fu risparmiata, considerando i corrotti più colpevoli dei corruttori». Sicchè i nomi di Craxi, Forlani, Andreotti vengono cancellati dalla nomenclatura del paese, mentre Agnelli, De Benedetti, Ligresti neppure vengono sfiorati, «un colpo di Stato legale, nel senso che un ordine autonomo dello Stato, indipendente ma non sovrano, ha surrogato il potere sovrano del Parlamento, ha prevaricato gli altri poteri, ha modificato gli equilibri della vita politica democratica, ha decretato la morte di passati storici, usando come arma di giudizio storico e politico l'indagine giudiziaria».
Ma fu anche un suicidio collettivo. L'operazione contro Andreotti non riuscì soltanto per la determinazione di Luciano Violante, che arrivò a portare i «pentiti» dinanzi alla commissione parlamentare antimafia e ad interrogarli da solo e prima dei giudici, e di Giancarlo Caselli, insediatosi alla Procura di Palermo con l'aiuto di Violante, e del Pds e dello schieramento giustizialista, ma anche perché la Dc si arrese senza combattere: «Quando il fuoco fu concentrato su Bettino Craxi - ricorda Cicchitto - la Dc lo abbandonò al suo destino, ritenendo che consegnando i socialisti ad bestias, le procure si sarebbero accontentate e anzi la Dc si sarebbe liberata di un insidioso concorrente». Quando Craxi prese la parola alla Camera per spiegare il ruolo svolto dal finanziamento irregolare sul sistema dei partiti, e si poteva ancora salvare la dignità e il ruolo politico del «Parlamento degli inquisiti», il silenzio della Dc e di tutto il gruppo dirigente democristano segnò la fine senza onore di quel Parlamento e di quel partito. E quando il centro alternativo alla sinistra postcomunista e giustizialista fu inopinatamente reinventato da Silvio Berlusconi con la fondazione di Forza Italia, il circo mediatico giudiziario, alleanza permanente fra alcuni gruppi finanziari-editoriali, un settore della magistratura e il Pds, tornò all'attacco. Berlusconi, che fino al 1993 non aveva avuto a che fare con la giustizia, ha totalizzato dal momento della sua scesa in campo circa quaranta provvedimenti giudiziaria e la Fininvest ha avuto circa quattrocento tra perquisizioni e sequestro di documenti. Ma Berlusconi, ammaestrato da quello che era avvenuto alla Dc, al Psi e ai partiti laici, non solo si è difeso nei processi, ma si è difeso anche dai processi, nel senso che ha posto dinanzi all'opinione pubblica il problema che l'azione combinata dalle procure e dalle catene editoriali e dal Pds-Ds mirava non solo a distruggerlo sul piano politico-giudiziario e sul piano aziendale-finanziario, ma anche a modificare nuovamente il sistema politico uscito dalle elezioni del '94 e a impadronirsi del potere.
L'operazione non riuscì perché, diversamente da Andreotti e dalla Dc, Berlusconi ha reagito sul piano politico e mediatico e l'offensiva giudiziaria contro Berlusconi è sostanzialmente fallita su entrambi i fronti lungo i quali si era sviluppata, quelli concentrati nel tribunale di Milano e quelli riguardanti i rapporti con la mafia presso i tribunali di Palermo, Caltanissetta e Firenze: «Il teorema giudiziario secondo il quale nella nascita di Forza Italia avrebbe avuto un peso fondamentale nientemeno che l'intenzione del boss mafioso Leoluca Bagarella di dar vita, dopo la fine della Dc, a una nuova formazione politica e in questa chiave avrebbe letto l'impegno di Marcello Dell'Utri di spingere Berlusconi a fondare il nuovo soggetto politico, ha sovrapposto alla vicenda politica uno schema giudiziario del tutto distaccato dalla realtà del nuovo sistema politico italiano».
Ed è sicuramente destinato a far la fine del teorema giudiziario inventato per processare Giulio Andreotti e che, non a caso, i professionisti antimafia della Procura di Palermo avevano pomposamente intitolato «La vera storia d'Italia». Il libro di Fabrizio Cicchitto, nel ricostruire minuziosamente la vera storia dell'uso politico della giustizia, ne è la migliore dimostrazione.