Ma quel «Grande centro» è un brutto film già visto

Per chi ama la politica politicante, che è matrice e non figlia di Porta a porta e delle altre trasmissioni che offrono i leader e i quasi leader allo stesso pubblico dei reality show, Pier Ferdinando Casini, Pier o Pierferdi nel lessico della consuetudine mediatica che non è conoscenza, ha offerto una bella prova di fregolismo, che era l’abilità di un vecchio attore dimenticato, Fregoli appunto, di mutare abito e sembiante, per fare più parti in commedia. Casini ha fatto il crocerossino per il governo Prodi – a prescindere, come avrebbe detto Totò – mostrando poi d’essere un fiero oppositore dello stesso governo e recandosi al Quirinale per chiederne le dimissioni che sapeva impossibili. Che tempra, quale sagacia strategica, col filosofo Buttiglione che cerca di spiegare quel che non è spiegabile, forse perché non tutto il reale è razionale, come sosteneva quel testone di Giorgio Guglielmo Federico Hegel.
Casini ha offerto al governo Prodi un inutile bicchierino di cordiale, ha in sostanza dato un tonico a un semiassiderato che, dopo avere tirato un sospiro di sollievo, resterà sepolto nella neve, destinato alla rigidità degli irrecuperabili. La «guerra dei Dico», che è scoppiata nell’Unione quando è stata resa pubblica la ferma e limpida nota della Conferenza episcopale italiana, ha dimostrato che gli elisir di Casini non servono a una coalizione interiormente divisa, ideologicamente schizofrenica, culturalmente separata in casa e che offre vedute e progetti differenti in materia sociale, etica ed economica. Casini ha offerto un aiuto a chi non lo meritava né, forse, lo chiedeva: per distinguersi, per inventarsi una funzione, per darsi un ruolo di «oppositore organico», che è contro il governo ma, all’occorrenza, può sostenerlo.
A giustificazione del suo operato, l’ex presidente della Camera - chissà come era arrivato alla terza carica dello Stato - invoca una coerenza che non c’è e questo spiega perché incontra notevoli difficoltà nel tentativo di spiegare a chi lo ha mandato in Parlamento perché è diventato un amico del giaguaro. Lasciamo agli uomini dell’Udc il problema di raccordare la base con la dirigenza: debbono spiegare, i dirigenti, perché hanno votato «sì» al decreto del governo pur sapendo che un «no», cioè l’astensione, non avrebbe messo in pericolo i nostri militari.
La verità è che Casini aveva l’ansia dell’aspirante primo della classe, di distinguersi, di conquistare una leadership che i numeri non decretano.
Ma c’è un problema più grave delle ambizioni di Pier. C’è una questione che tocca il funzionamento del sistema politico.
Gli orfani delle ambiguità democristiane attaccano il bipolarismo e sostengono che questo meccanismo porta alla radicalizzazione delle posizioni, alla valorizzazione utilitaristica degli estremisti e, comunque, alla instabilità delle coalizione. Arrivano al punto di rimpiangere una stabilità che non c’era: soltanto chi è in malafede può sostenere che i governi della Prima Repubblica erano saldi ed efficienti, dato che in media duravano nove mesi.
Proprio perché viene da quella scuola che disprezzava profondamente la volontà popolare e delegava le scelte alle alchimie del sinedrio-Parlamento, Casini ritiene di poter rinnovare il gioco della vecchia Dc, che prendeva i voti al centro e a destra (ricordate la «diga»?) e li spendeva a sinistra, in una strategia di resa progressiva, dal centrosinistra al consociativismo cattocomunista.
La Prima Repubblica ci ha mostrato tutti i danni che, in uno Stato che voglia essere moderno, provocano l’ambiguità e il mancato rispetto della volontà degli elettori. Vogliamo farci del male? Casini ci propone un brutto film che abbiamo già visto e sofferto. Il «Grande centro» è un’isola misteriosa nel mare delle ambiguità italiane. Un miraggio di reduci insabbiati. Ma è sicuro, il Pier delle comparsate televisive, che gli italiani (e gli stessi suoi elettori) vogliano tornare a portare i voti all’ammasso, perché lorsignori ne facciano quel che vogliono?