Quel «greco» classico vittima di Robespierre

Figlio di un console, aveva come modelli Archiloco, Teocrito e Callimaco. Agli occhi dei rivoluzionari ebbe la colpa di voler salvare Luigi XVI. E ciò gli costò la vita

Fu un’ambizione piccolo borghese, indegna del suo spirito, a perderlo. Proprio, lui che era fatto per contemplare e produrre bellezza. Nato a Costantinopoli, dove il padre era console di Francia, non ebbe occhi che per le vestigia dell’antica Grecia, indifferente a tutto ciò che era turco. A innamorarlo dell’Antichità classica fu la madre, donna affascinante e colta che si inorgogliva della sua pretesa origine greca. In realtà era un’ottomana cattolica, ma sorvolava con levità su questo particolare per inseguire il suo sogno ellenico. E, ciò che più conta, impresse nei figli, il Nostro e il minore, Marie Joseph, il culto della classicità.
Tornato a Parigi, il console si stabilì in un bella dimora dove la moglie tenne un salotto letterario tra più rinomati del declinante Ancien Régime. Lo frequentavano soprattutto artisti neoclassici come il pittore Jean Louis David, ai suoi debutti, e il poeta Lebrun-Pindare (Pindaro), un nom de plume che la diceva lunga sulle sue predilezioni. Entrambi i figli, che partecipavano ai ricevimenti, si nutrirono di quelle suggestioni.
Il Nostro ebbe una precoce vocazione poetica e divenne presto il più classico dei moderni. Scrisse giambi nei modi di Archiloco, bucoliche ispirate a Teocrito, elegie callimachee. Tra esse, la più nota a noi italiani è La giovane tarantina. Tuttavia, questa vasta opera rimase inedita finché il giovanissimo autore era in vita. Pubblicata nel 1819, un quarto di secolo dopo la tragica morte, fu accolta, curiosamente, con entusiasmo dalla nuova generazione romantica.
Poetando, il Nostro cercò una strada che gli permettesse di sostentarsi. Tentò di diventare ufficiale dell’Armata reale, ma dovette rinunciare per mancanza di attitudini militari e una debolezza di reni più insidiosa di un nemico in agguato. Deluso, intraprese un viaggio in Svizzera e Italia senza però riuscire a raggiungere l’agognata Grecia come desiderava. Gliene mancò infatti il tempo poiché era atteso a Londra come segretario d’ambasciata. In Inghilterra restò tre anni. Li visse come un esilio, spaesato e triste.
Aveva 28 anni quando tornò a Parigi. Era il 1790 e la Rivoluzione imperversava. Fu anche lui travolto dai fumi e si gettò a corpo morto nella politica. Gli ideali di equità e eguaglianza soddisfacevano, come si dice in questi casi, le sue generose aspirazioni giovanili. Ma giocava anche l’interesse concreto, e in fondo banale per un animo poetico, di potersi far valere socialmente. Il Nostro apparteneva infatti a una piccolissima nobiltà, destinata a ruoli marginali col vecchio sistema. La Rivoluzione rappresentava dunque anche per lui, come per borghesia e plebe, un’occasione di riscatto. Si iscrisse al Club dei Foglianti e trascorse un paio d’anni a cianciare e scrivere di ardite riforme. Il fratello, Marie Joseph, lo aveva preceduto nell’impegno e era tra i caporioni del bailamme.
Ben presto però il Nostro si accorse che la cieca violenza la faceva da padrona e ne rimase disgustato. Si schierò dalla parte dei moderati, i cosiddetti «costituzionali», e cercò di salvare la vita di Luigi XVI. Quando i Giacobini presero il potere e il sovrano giustiziato, divenne sospetto come controrivoluzionario e arrestato il 7 marzo 1794.
Fu rinchiuso nel carcere di Saint Lazare, in bilico tra grazia e ghigliottina. Qui si invaghì di una compagna di sventura, la bella Aimée de Coigny, duchessa di Fleury. Scrisse per lei un’ode celeberrima, La giovane prigioniera, in cui immagina che la giovanetta pianga i suoi verdi anni dicendo: «Non voglio già morire. Il banchetto della vita è appena cominciato. Le mie labbra hanno solo sfiorato la coppa che è ancora piena tra le mie mani. Voglio vivere interamente la mia giornata». Aimée, più fortunata di lui, si salverà. Il Nostro, processato, fu invece condannato alla ghigliottina. Poetò fino all’ultimo istante. «Ai piedi del capestro suono ancora la mia lira. Forse prima che il verso iniziato raggiunga la sua fine, il Nunzio della morte, scortato da soldati infami, sospenderà improvvisamente la rima che ho sulle lebbra. Tu, o Virtù, piangi se muoio». Cento anni dopo, Luigi Illica, librettista di Umberto Giordano, che sul Nostro musicò un’opera, parafraserà questa lirica con versi pedestri: «Col bacio io d’una rima/ carezza di poesia/ scelgo l’estrema cima/ dell’esistenza mia/ la sfera che cammina/ per ogni umana sorte/ ecco, già mi avvicina/ all’ora della morte».
Al poète citoyen fu spiccata la testa il 25 luglio 1794, due giorni prima della caduta di Robespierre. Aveva 32 anni. Fu l’ultimo capro espiatorio del Terrore.
Chi era?