Quel Guardasigilli che protesta ma dice sempre sì

Stefania Craxi*

Approvato l'indulto, il ministro Mastella ha detto lapidariamente: «ho vinto». Che cosa abbia vinto nessuno lo sa; quale parte abbia avuto nell'approvazione della legge nessuno lo potrebbe dire; quante volte abbia interloquito nei vari giorni nessuno lo potrebbe giurare perché nessuno lo ha sentito. Ma dopo la lettera con la minaccia delle dimissioni (l'ennesima volta) a Mastella serviva una via d'uscita e non ha trovato di meglio che cavarsela con una frase storica.
Il fatto è che a Mastella non ne va una dritta. Ha tra le sue competenze gli ordini professionali ma Bersani li riforma, addirittura per decreto, e a lui non resta che protestare con la prima minaccia di dimissioni. Scoppia il caso delle intercettazioni telefoniche e nemmeno questa volta è lui a menare le danze. A mostrare indignazione e a suggerire il rimedio è pronto Di Pietro: nuova protesta e nuova minaccia. C'è poi il problema più grosso, quello di accantonare la riforma della Giustizia del governo Berlusconi, ma qualsiasi tentativo di un pensiero autonomo, adombrato nella sua audizione alle Camere, è annullato dai dirigenti del sindacato dei magistrati che gli impongono tutti i cambiamenti che vogliono. Mastella, obbediente, fa sua la volontà dei magistrati. Ma va male anche questa. Poiché i magistrati fremono per tornare alle antiche beatitudini, Mastella vorrebbe approvare per decreto il rinvio alle calende greche dei decreti attuativi della riforma Castelli. Questa volta a intervenire è addirittura il Quirinale che «consiglia» di trasformare il decreto in un disegno di legge da discutere con ponderatezza. Mastella, per rabbonire i magistrati che hanno proclamato lo stato di agitazione, fissa una data per la sua approvazione: il 28 luglio. Se non sbaglio il 28 è passato e il disegno di legge non sta ancora in Commissione.
Siamo ai giorni nostri: l'indulto. A nome di giustizialisti, girotondini, estremisti e forcaioli di vario genere e diverso colore, Antonio Di Pietro fa il diavolo a quattro, allaga di demagogia i giornali, presenta decine di emendamenti, scaglia accuse feroci ai colleghi della maggioranza e si autosospende dal governo per esibirsi sulle piazze. Prodi e la maggioranza tollerano l'incredibile pagliacciata di un ministro. Mastella, ministro della Giustizia, ridotto in un cantuccio, protesta per lettera con dimissioni sempre minacciate e mai date.
Poi, l’ultima. Nella sua audizione alla Camera, Mastella aveva annunciato che per le intercettazioni si sarebbe rimesso al Parlamento. Ma dopo, forse temendo che in Parlamento qualcuno facesse sul serio, ha presentato il suo disegno di legge che - ahilui - ricalca punto per punto quello suggerito da Di Pietro e voluto dai magistrati.
Stando alle anticipazioni diffuse, la nuova legge prevede multe per i giornalisti che pubblicano materiali secretati (ma non per gli editori) e pene detentive che nessun trasgressore sconterà mai. Infatti il materiale investigativo che non potrà essere pubblicato sarà soltanto quello che il giudice per le indagini preliminari riterrà non pertinente all'oggetto del procedimento. Insomma, la solita pastetta tra magistrati, senza alcuna partecipazione della difesa (come invece prevede la proposta di legge da me presentata) e senza alcuna precisa indicazione per la responsabilità dei custodi del materiale da distruggere, senza alcuna limitazione all'abuso delle intercettazioni.
Mastella, che non è affatto uno sciocco, come ministro della Giustizia, ha ben poco di suo e ha pessimi consiglieri. Voglio dargli un consiglio: si faccia dare un altro ministero. Con Di Pietro scatenato e una maggioranza dove i forcaioli prosperano come pesci nell'acqua, finirà massacrato.
*Deputata di Forza Italia