Quel guerrigliero pentito che li ha «incastrati»

«Sono rimasto circa 4 mesi in Afghanistan. I primi tre al campo di Farouk. Dopo sono tornato a Kalden dove sono rimasto per circa un mese per recarmi poi a Jalalabad. Nei tre mesi di addestramento a Farouk abbiamo imparato ad usare armi leggere (pistole, fucili, missili Sam a spalla antiaerei, razzi Rpg a spalla anticarro, Kalashnikov)... Moussa è una persona conosciuta in Afghanistan nel 1999. Sarei in grado di riconoscerla in fotografia. L’ho incontrato nel campo di addestramento di Kalden durante il mio soggiorno».
I verbali del pentito Tlili Lazahar sono costellati di racconti come questi, disseminati di passaggi in cui identificano con esattezza i protagonisti dell’addestramento nei campi afghani di Al Qaida. Ma non solo. Le sue deposizioni ricostruiscono con la stessa precisione i passaggi nelle mosche milanesi di viale Jenner e di via Quaranta, centri di ritrovo tra la fine degli anni Novanta e il 2001 per i militanti tunisini in partenza per l’Afghanistan o rientrati dai campi di Al Qaida. Proprio per questo il quarantenne tunisino Tlili Lazar è uno dei più importanti pentiti di Al Qaida in Europa e anche l’uomo chiave dell’inchiesta sulla cellula tunisina milanese a cui appartenevano Nasri Riad e Adel Ben Mabrouk, i due sospetti terroristi estradati lunedì notte da Guantanamo e subito interrogati dal pubblico ministero del Tribunale di Milano Elio Ramondini.
Tlili Lazar è, da tre anni, la fonte privilegiata di quel magistrato. Arrivato in Italia nel 1994, Tlili Lazahar sviluppa la sua fede di militante frequentando le moschee di viale Jenner e di via Quaranta. La svolta arriva nel ’98 quando parte per l’Afghanistan per addestrarsi all’uso di armi ed esplosivi. Una bomba esplosagli in mano gli porta via due dita e la fede. «In quel momento mi sono svegliato, ho realizzato che quello in cui credevo erano solo cazzate», ammette nei verbali. Staccarsi dal quel mondo non è facile. Rientrato a Milano si ritrova coinvolto nelle inchieste della Procura e fugge in Francia, dove viene arrestato nel 2002. Nel 2006, dopo l’estradizione in Italia, accetta di collaborare.
«Senza di lui indagare non sarebbe difficile, ma impossibile», spiega Ramondini ricostruendo il ruolo del pentito che gli ha permesso di ricostruire i complessi intrecci intercorsi tra la moschea di viale Jenner a Milano e i centri d’addestramento di Al Qaida. Verbali in cui si descrivono figure come Saber («quello che organizzava i viaggi dei tunisini per l’Afghanistan») o l’insieme dei personaggi «tornati dall’Afghanistan che - come sottolinea Tlili nell’interrogatorio del 16 ottobre 2006 - avevano in mente soltanto di fare la jihad, cioè fare la guerra agli infedeli nel senso di ammazzarli». Proprio per questa conoscenza dettagliata di luoghi e persone al crocevia tra Milano e Afghanistan Tlili Lazahar è considerato una fonte inestimabile anche dagli inquirenti americani e dalle Corti federali incaricate di preparare i processi ai detenuti di Guantanamo. «È un pentito che tutti ci invidiano – spiega Davide Boschi, l’avvocato milanese che da anni ormai assiste Lazahar -. A settembre sono venuti a Milano due procuratori dello Stato di New York e di Washington incaricati di redigere i preliminari dei futuri processi e lo hanno ascoltato a lungo. Per loro ha un valore fondamentale... è uno dei pochi in grado di riconoscere i campi e i protagonisti dell’attività di terrorismo ed è uno dei pochissimi - aggiunge il legale - a offrire confessioni spontanee non viziate da dubbi d’inammissibilità come quelle ottenute dalla Cia con interrogatori poco ortodossi».
La fonte di tante informazioni rischia però d’inaridirsi. Nonostante le promesse dei magistrati, Tlili Lazahar non ha ancora ricevuto una nuova identità e minaccia di sospendere la sua collaborazione. «I vuoti legislativi del nostro sistema giustizia non permettono la concessione di una nuova identità a un pentito che non sia cittadino italiano e non prevedono la concessione della cittadinanza a un indagato per terrorismo. Per questo - spiega l’avvocato Boschi - Tlili Lazahar è deciso a sospendere ogni collaborazione fino a quando lo Stato italiano non gli garantirà una nuova vita e una nuova identità. E questo vale anche per le inchieste negli Stati Uniti».