Quel libertino innocente di Casanova

Stenio Solinas

nostro inviato a Venezia

Mezzo secolo fa l’allora sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Oscar Luigi Scalfaro, dopo aver comunque ottenuto il taglio di circa 500 metri di pellicola fece ritirare dalle sale cinematografiche Le avventure di Giacomo Casanova per «offesa alla morale, al buon costume e alla decenza». Il regista era Steno, uno che sta alla volgarità quanto l’onorevole Di Pietro all’italiano.
Vent’anni dopo Il Casanova di Federico Fellini consegnò al pubblico l’immagine di un atleta del coito, meccanico e ripetitivo, che della censura scalfariana era per molti versi il logico risultato, ovvero la visione del sesso come fobia, peccato e espiazione, tipica di uno il cui massimo della trasgressione era rappresentato dalle tette giganti della tabaccaia del negozio accanto. Ateo bigotto, Fellini era un regista geniale, laddove Scalfaro, bigotto tout court, era un politico mediocre, ma insieme rappresentavano le due facce dell’identica medaglia, l’Italia provinciale e sussiegosa, timorata e pruriginosa, dove la virtù non era nient’altro che la paura del vizio a farsi atto. Il desiderio come castrazione.
Nella scenografica cornice dell’arena di Campo San Polo giorni fa, con atto meritorio, la direzione del Festival ha voluto allestire un’anteprima nel nome di Giacomo Casanova, ripresentando fra l’altro integralmente quel film di Steno che in pratica nemmeno lo stesso regista riuscì mai a vedere. Chi scrive vi si è recato insieme con un ragazzino di 11 anni, figlio di amici. «Perché lo hanno censurato?» mi ha chiesto all’uscita. «Be’, c'è qualche nudo e poi questa idea di fondo che l’amore è un piacere e non un dovere, il sesso un po’ facile, insomma, non so come spiegartelo». «Dici?». «Dico». «Certo che allora eravate proprio sfigati». L’età dell’innocenza.
Se, periodo ipotetico del terzo tipo o della impossibilità, avessimo avuto noi le redini della 62° Mostra del Cinema, avremmo fatto un piccolo, ma doveroso, passo in più e avremmo posto l’intera rassegna sotto il nome del grande veneziano, cosmopolita ma fiero delle proprie radici, estimatore del gentil sesso senza per questo negare il proprio, scrittore superbo e non letterato meschino, filosofo in azione.
Fra censure e/o fraintendimenti il cinema continua purtroppo a rimanere debitore nei confronti di Casanova e la presentazione fuori concorso ieri del Casanova di Lasse Hallström è, sotto questo profilo, un’altra occasione perduta. Non si può dire che sia brutto, né che sia noioso: al contrario è ricco di scene e di costumi, è ironico, pieno di azione, con un cast di prim'ordine, girato per di più avendo proprio Venezia come cornice reale... Solo che qui la città resta lo stereotipo caro ai turisti stranieri dell’Harry’s Bar, il Settecento che le fa da sfondo è pura cartapesta intellettuale, il ritratto di Casanova che ne emerge è quello di un cowboy innamorato.
Eppure, basterebbe aprire una pagina a caso della Histoire de ma vie per rendersi conto del tesoro che in essa si annida. Libro della memoria, era l’unica arma che il suo autore potesse usare contro «il più grande e il più potente degli esseri astratti, Il Tempo». Racconto di una vita inimitabile, l’unico modo per poter tenere a bada le tristezze della sera, degli inverni, dell’età. Eppure l’Histoire de ma vie non è né il libro di uno sconfitto, né il testamento di un vecchio, né il de profundis per un’età che non tornerà più. È un insieme di gioia di vivere, gusto dell’avventura, sensazione di immortalità, desiderio di grandezza che ne fanno un unicum, il libertinismo innocente, né cieco né egoista, la «grecità» di cui parlerà un critico come Saint-Beuve: «Ciò che colpisce dei suoi amori è la facilità, la felicità, l’amore all'antica, nudo, come lo intendevano i greci e Orazio».
Si deve a Sandor Màrai, l’autore di Le braci, il più bel ritratto letterario di Casanova, in quel piccolo capolavoro che è La recita di Bolzano. Con la sensibilità propria del grande narratore, Màrai rende di Casanova ciò che legioni di sociologi, storici e psicologi i cui orizzonti estetici non sono mai andati al di là delle due camere e cucina, hanno finito con l’offuscare, complicare o negare. «Un uomo che era un uomo, che era maschio e null’altro, così come la quercia non era che una quercia... Un uomo che non voleva far altro che dare e avere, senza fretta e senza avidità, perché tutta la sua vita, ogni suo nervo come tutte le scintille della sua coscienza e del suo fisico li aveva consegnati all’attrazione della vita: questo tipo di uomo era l’apparizione più rara del genere umano».
L’adolescenza di Giacomo ruota qui, intorno al ponte dell’Accademia, dietro palazzo Contarini delle Figure e Palazzo Mocenigo. Se a San Samuele prendi il traghetto, scendendo di fronte sei a Ca’ Rezzonico, che oggi ospita il Museo del Settecento veneziano. Il Rio dei mendicanti del Canaletto ti racconta l’immagine di una città anche livida, anche grigia; il Convito in casa Nani per la visita dell’elettore di Colonia, della scuola di Longhi, allinea un banchetto che sembra un’opera buffa, la vita come esibizione; il Parlatoio delle monache di Francesco Guardi ti fa capire come licenza e coscienza potessero andare a braccetto. Più che un luogo geografico, Venezia rimanda a una dimensione esistenziale. L’essere veneziano designa uno stile di vita e di comportamento, più che una nascita o un’appartenenza. Chi si firma Jacques Casanova vénitien lo ha compreso benissimo.
L’orgoglio di essere veneziano la vincerà sull’amarezza di essere stato vittima della Serenissima. La Dominante, veniva chiamata la città. Anche lui crede di poter dominare. Alla prigione ha risposto con un’evasione. L’esilio non lo ha mai visto perdersi d'animo. Sfidato, ha accettato la sfida e ha rilanciato. Quando, alla fine, lo faranno tornare, s’illude di aver vinto, ma invece è uno sconfitto. Resta l’immagine di un avventuriero scapestrato e male usato e che alla madrepatria ha dato più di quanto non abbia ricevuto. Uomo nuovo eppure rispettoso dell’antico, rivoluzionario sul piano privato quanto conservatore in quello pubblico, il tipo umano che Casanova incarna non trova l’intelligenza istituzionale in grado di servirsene. Consegnata a un capolavoro che sfida i secoli, la sua vita si prende la rivincita e Giacomo Casanova veneziano colora quel Settecento di una luce che oscura ma riscatta lo sconfitto leone di San Marco.
Nelle due camere che saranno la sua ultima dimora in Boemia, l’edizione della Histoire de ma fuite del 1787 fa bella mostra in bacheca sotto un’iscrizione in italiano che recita: «Marmo che in San Samuele a Venezia sostenesti i passi di Casanova vivente, testimonia oggi a Dux che per quelli che lo amano Giacomo non è mai morto». Epitaffio felice per chi aveva scritto: «Per l’uomo pensante, niente è più caro della vita, e però il più voluttuoso è colui che esercita al meglio la difficilissima arte di farla scorrere veloce. Non perché sia più breve, ma perché il piacere ne renda insensibile il corso».
Stenio Solinas