Quel libro mai letto

S’è accigliato, ha scosso il capo, ha sospirato, ha preso la penna e non ha potuto fare a meno di scrivere che no, la «fatwa» contro la sua persona no, non s’ha da fare. Mittente Eugenio Scalfari, destinatario Joaquin Navarro Valls, postino La Repubblica.
L’Eugenio Scalfari del lunedì compare a pagina 7, riquadro con trittico fotografico, firma in corsivo in basso a destra. Nonostante la sua consuetudine a dialogare con Io, il Fondatore stavolta non se l’è sentita di arrivare all’empireo e si è fermato un gradino più sotto - al portavoce di Sua Santità - per esprimere la sua vibrante protesta contro il presidente del Senato che ha osato inserire lui, Scalfari, tra i laicisti «anti-teocon» in un libro di 78 pagine donato a Papa Benedetto XVI.
La «fatwa» di cui si lamenta Scalfari, si intitola «Noi, loro e il Papa», è una lettera aperta di Marcello Pera «agli amici di Magna Carta». Lettera con tanto di risposte. Il nome di Scalfari compare insieme a quello di altri intellettuali, ma quel vocabolo, «fatwa», è frutto della fervida fantasia scalfariana e se il Fondatore tra un dialogo e l’altro con se stesso avrà voglia di leggersi i testi, troverà spunto per qualche sua articolessa domenicale e non per una occasionale epistola del lunedì dove, rivolgendosi al «gentile e caro amico» Navarro Valls, si augura che «Sua Santità, nel momento in cui ha ringraziato il Presidente del Senato per il libro che gli è stato donato, non conoscesse il contenuto. Sono del pari certo che una volta resone edotto abbia restituito al donatore un dono così contrastante con le aperture intellettuali e pastorali che fanno parte del messaggio del Papa».
Scalfari chiude la lettera con la speranza di avere «qualche assicurazione in proposito» ed evidentemente sente che durante questa settimana di esercizi spirituali il Papa troverà modo di dargli la giusta soddisfazione per il fìo subito. In attesa di segnali dal Soglio Pontificio, Scalfari potrebbe accontentarsi di leggere il libro e scoprire che il suo nome fa capolino nel testo dieci volte, grazie a una sua messa domenicale comparsa su Repubblica il 23 ottobre 2005, intitolata «Quando il Papa vuole fare le leggi». Un soliloquio sul rapporto tra Stato e Chiesa dove il Fondatore, giusto per non stordire il lettore, prende le mosse da lontano. Si parte dall’editto di Costantino, poi si plana sulla Rivoluzione francese, la Costituzione del 1792, per atterrare dolcemente 150 anni dopo a quel presente dove l’Eugenio posa il suo sguardo misericordioso per sentenziare che «il Papa, quando rispolvera il diritto naturale e lo riconduce al Creatore e chiede che le leggi e la gestione della comunità civile siano improntate alle sue indicazioni, non fa che esprimere la volontà di espansione e potenza dell’ente da lui rappresentato. Esprime attraverso comandamenti religiosi la volontà di potenza della sua religione».
Nonostante la prosa, alla Fondazione Magna Carta hanno concesso a Scalfari il beneficio di aver detto qualcosa di interessante, si sono grattati il cranio e chiesti: «Che facciamo? Rispondiamo?». E così Marcello Pera nell’ormai remota domenica del 30 ottobre 2005 (San Germano), mentre sta a casa pensando di non aver di meglio da fare, decide di scrivere una lettera agli amici e dice la sua sul fondamentale scritto di Scalfari. La lettera è da quel dì disponibile sul sito www.magna-carta.it ed è qui che si tributa al quotidiano fondato da Scalfari, La Repubblica, l’onore di essere, insieme al Foglio di Giuliano Ferrara, «il quotidiano che, avendo prima e meglio compreso che qualcosa di importante in fatto di rinascita spirituale sta accadendo, fa molto bene il suo mestiere: riporta, commenta, chiama a raccolta i suoi cronisti e collaboratori italiani e stranieri, raccoglie persino in volume i loro scritti». E’in questa lettera che Pera riconosce al Fondatore di essere uno «che intende discutere seriamente».
Scorrendo le pagine del libro (che ora andrà in stampa) l’orribile «fatwa» non fa la sua comparsa. Esiste invece uno «Scalfari che riporta correttamente il messaggio che Benedetto XVI ha inviato a noi di Magna Carta a Norcia»; appare uno Scalfari che «è in disaccordo non sulla valenza universale di questi diritti (...) bensì sul loro essere innati»; emerge uno Scalfari che «sa bene che cercare di mettere le mutande alla storia è impresa vana»; c’è per soprammercato uno Scalfari «dall’innatismo spinoziano» e dulcis in fundo uno Scalfari che «ha compreso la posta in gioco sia pure da una posizione “altra”». A noi, che spinoziani non siamo, è apparso come un’epifania anche un altro Eugenio Scalfari: quello che non ha mai letto il libro di cui si lamenta nella sua epistola.