Quel libro manipolato da Mauro & c. L’autore: mai scritto di soldi mafiosi

Quando Paolo Madron ha visto il suo libro, «Le gesta del Cavaliere», ripescato dopo 15 anni e citato a mo’ di Bibbia da Repubblica per insinuare ombre sui capitali alla base dell’impero Fininvest, si è un po’ indispettito. «Mi fa rabbia – confessa – che giusto ora che tanti sarebbero curiosi di leggerlo il libro non si trovi più, vuol dire che chiederò a Mondadori di ristamparlo. Comunque, per quel testo, non ho ricevuto alcuna querela. Perché su questo ormai famoso 20 per cento di Fininvest cui non si conosce la provenienza, in quel libro, non c’è nessuna insinuazione, e meno che mai si parla di ingresso di capitali malavitosi. Dalle mie indagini, fatte all’epoca, non è emerso nulla del genere».
Madron, giornalista economico - firma del Sole 24Ore, è stato anche direttore di Panorama economy - è quasi divertito dal clamore che a distanza di tanti anni sta circondando la sua creatura. Le gesta del Cavaliere (Sperling&Kupfer). Già, perché il libro, pubblicato nel 1994, altro non era all’epoca che una presentazione dell’imprenditore Silvio Berlusconi che stava per scendere in politica. Non a caso il libro si chiude ad Arcore con il futuro premier che annuncia la fondazione del nuovo partito.
Anche il motivo per cui nel libro inchiesta sia dato largo spazio alle origini del patrimonio del Cavaliere non ha nulla a che vedere con eventuali sospetti dell’ingresso in Fininvest di fondi illeciti. Ed è presto detto. «A quell’epoca – ricorda oggi Madron – Fininvest si stava organizzando per collocarsi in borsa, il tema era di estrema attualità». E infatti nel libro viene ricordato anche un altro episodio: la partecipazione da Minoli, a Mixer, di un Berlusconi furibondo per le ombre che si gettavano su Fininvest e che si diceva pronto a regalarla a chi fosse stato capace di provare che le azioni Fininvest non erano in mano sua. «L’approfondimento sui capitali – aggiunge Madron – era strettamente legato al dibattito di quei giorni, e in particolare al problema delle holding, a come fosse congegnato il controllo».
Il grande scoop del volume - che è poi quello cui si stanno aggrappando gli accusatori del Cavaliere per via mediatica dalle colonne di Repubblica - è l’intervista a Carlo Rasini, il patron dell’omonima banca in cui lavorava Luigi Berlusconi, il papà del premier, e da cui l’allora giovane imprenditore Silvio ebbe i finanziamenti necessari per far decollare il sogno di Milano2. «Fu uno scudo fiscale ante litteram», dice Madron oggi, ricordando anche il colpo di fortuna - l’amicizia, nata negli Stati Uniti, col nipote del conte Rasini, Michele - che gli permise di avere quel lungo colloquio. «Rasini – dice il giornalista – mi raccontò di avere convinto alcuni clienti della banca, famiglie lombarde che avevano portato i loro soldi in Svizzera a far tornare i loro capitali per investirli nel progetto di Silvio Berlusconi». Rasini, nell’intervista contenuta in Le gesta del Cavaliere, fa anche qualche nome di quei finanziatori: quello di Maurizio Andreani, rappresentante dell’Ici - Imperial chemical industries - rampollo di una famiglia che costruiva barche; e il conte Leonardo Bonzi, il proprietario dei terreni di Segrate che poi, venduti a Berlusconi, diventarono la sede di Milano2. Rasini dice anche che di quei fondi il Cavaliere restituì gran parte, l’80 per cento. E l’altro 20 per cento? «Per ragioni di riservatezza - afferma Madron - non volle rispondermi. All’epoca sentii altre persone che fecero varie ipotesi. Nessuno però parlò di capitali malavitosi». Nessuno. Tranne Repubblica. Quindici anni dopo.