In quel libro su Montanalli non ci sono scoop

Gentile dottor Granzotto, soltanto qualche giorno fa ho finito di leggere il suo Montanelli edito da Il Mulino. L’avevo scovato da poco e l’ho letto tutto d’un fiato con grande piacere. Ma oggi scopro, sul Sole, l’ombra calata da tali Gerbi e Liucci che se la prendono con gli pseudo biografi ed esaltano l’opera, la cui stesura ha richiesto cinque anni, della ricercatrice assai nota dalle parti di Bellinzona, Renata Broggini. Pare che «il giornalista di Fucecchio», come i due giornalisti del Sole l’hanno nominato, ne esca malconcio. Mi piacerebbe sapere quel che ne pensa lei.

Dando conto di Passaggio in Svizzera di Renata Broggini, il nostro Mario Cervi ha già detto tutto quello che c’è da dire. E cioè che nonostante sia stato lanciato dalla Feltrinelli e dall’Espresso come qualcosa di «esplosivo», zeppo di rivelazioni che ridimensionerebbero grandemente la figura di Indro Montanelli, il libro non riferisce niente di nuovo. Le rivelazioni si limitano infatti a questo: Montanelli non ha mai militato nella Resistenza; non fu condannato a morte dai tedeschi; la sua fuga da San Vittore risulta «misteriosa» e ci si vede lo zampino dei tedeschi; non poté assistere alla «macelleria messicana» dei cadaveri di Mussolini e della Petacci appesi a testa in giù a Piazzale Loreto. A questo si aggiunge una domanda, posta non senza malizia: «Cosa fece Montanelli nei nove mesi della sua forzata permanenza in Svizzera?».
Partiamo dalla condanna a morte, che Broggini nega o comunque esclude per mancanza di prove, immagino del documento con firma e timbro. Ma se la sentenza non fu emessa, come mai rivolgendosi alla moglie di Indro, Maggie de Colins de Tarsienne, anch’essa in carcere, il maggiore Franz Boheme, presidente della Corte marziale, si espresse così: «Ammiriamo la schiettezza ed il coraggio di suo marito, ma la sua sorte è segnata e niente potrà salvarlo»? Per il resto, Montanelli non ha mai affermato d’aver militato nella Resistenza. Né ha mai negato che ci fosse la mano dei tedeschi nella la sua fuga da San Vittore. In una lettera resa nota dallo stesso Indro, Theodore Saewecke - appartenente al corpo delle SS e che nel ’44 era responsabile per la Lombardia della Sipo-Sd, ovvero della polizia e del servizio di sicurezza - gli scriveva: «Una delle cose di cui vado fiero è di aver favorito il salvataggio di un uomo come lei. Perché se crede che sia avvenuto senza o contro il mio consenso, si sbaglia di grosso». Infine, che Maddalena Doddoli avesse fatto l’impossibile per salvare il figlio è riportato da tutte le biografie e dalla stessa autobiografia di Montanelli (Soltanto un giornalista, a cura di Tiziana Abate, Rizzoli editore). Le biografie riportano anche, almeno quella da me firmata la riporta, l’impossibilità che Montanelli fosse a Piazzale Loreto nel giorno della esposizione dei cadaveri di Mussolini e della Petacci. In quanto alla domanda «Cosa fece Montanelli nei lunghi mesi in Svizzera?», la risposta è semplice: scrisse il suo più bel libro, Qui non riposano, pubblicato dapprima in tedesco per un editore di Zurigo col titolo Eine italienische Tragödie, una tragedia italiana. Un libro scomodo. «Intorno ad esso - dirà Montanelli - ci fu la congiura del silenzio: era una stecca sul trionfalismo della Resistenza, ma era scritto da uno che, uscendo da una galera tedesca, aveva qualche titolo a dire la sua».
Paolo Granzotto