Quel linguaggio da iniziati che viene dai degustatori del nettare di Bacco

Spesso sui giornali vengono pubblicati degli articoli che lasciano molto perplessi; quando poi le testate sono prestigiose si rimane addirittura esterrefatti di fronte a certe affermazioni disarmanti. Domenica 18 Febbraio, a firma Davide Paolini, è uscito un articolo che parla del linguaggio usato dai degustatori di vino, i quali vengono accusati di essere una casta chiusa, di essere incomprensibili, persino di descrivere i vini attraverso concetti «esterni» al vino stesso! È chiaro che io non sono certamente un esperto di epistemologia e tanto meno un novello Chomsky e non sono neppure in grado di fare un'analisi strutturale del linguaggio: sono solo un bottegaio e ristoratore che cerca di fare al meglio il (i) proprio (i) mestiere (i); mi pare però che non si possa descrivere idem per idem, si rischia la tautologia… anche perché sarebbero certamente poche le persone che riuscirebbero a capire al volo di che aroma si tratta parlando di geraniolo o paratolimetilchelone. Mentre tutti capiscono immediatamente quando si dice che il tale vino sa di peperone o di banana. Mi sfugge anche la ragione dell'accusa di linguaggio statico: mi pare ovvio che se il nostro vino sa di peperone, bisognerà dire che sa di peperone: posso forse dire che mi ricorda, solo per essere moderno, un cellulare o un I-pod? Il signor Paolini, nella fretta di scrivere un articolo «dissacrante» (ormai tutti sono dissacranti…), dimentica che fior di scrittori e giornalisti (Soldati, Brera, Veronelli e tanti altri) hanno scritto di vino con prosa personale, accattivante e innovativa; inoltre, poco dopo, scherza su certe (esagerate) descrizioni baroccheggianti di profumi e sapori.
A questo punto mi smarrisco: cosa si deve fare, adoperare un linguaggio tecnico da addetti ai lavori o infilare il sentiero delle visioni poetiche innovative? Ma il punto più risibile è quando si chiede perché bere un vino che sa di cioccolato invece di comperarsi una bella tavoletta del corroborante alimento… Per fortuna alla fine ci si accorge che era tutta una finta e che la provocazione non è (del tutto) del Paolini ma del sig. Colin Brown, dal quale il nostro prende le distanze. Chi mi conosce sa che neppure io sopporto molto chi parla, parla, parla di vino senza sturare le bottiglie, confrontandosi con altri solo per far vedere che è più bravo nel sentire il profumo di… È, però, sicuramente meglio avere un solido impianto teorico/tecnico che ti permette di cogliere gli aspetti meno evidenti di un certo tipo di vino (o di un piatto o di un quadro o di un brano musicale) e soprattutto che ti fa avvicinare al vino (o a tutto il resto) con disinvoltura e senza quell'insopportabile pedanteria tipica dei «signori So-tutto-io». Mi capita spesso che entri in negozio qualche giovane universitario che mi racconta con entusiasmo di aver bevuto in qualche wine bar del Centro Storico vino buonissimo (Morellino? Nero d' Avola? Negroamaro?); se lo guardassi con compatimento o sussiego non avrei certo compreso la mia funzione che deve essere certo quella ampliare la conoscenza dei miei clienti, ricordandomi, però, che c'è un «itinerarium» che partendo da basi elementari arriva a livelli sempre più elevati.
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