Quel lungo braccio di ferro tra Carroccio e Quirinale

Giuseppe Salvaggiulo

da Milano

Lo scandalo leghista di Strasburgo impallidisce al cospetto delle vecchie uscite di Umberto Bossi. Al Senatùr, il Quirinale non è mai piaciuto molto. Vi ha visto manovre antileghiste, ostilità alle riforme, baluardo dell’unità nazionale. E se con Carlo Azeglio Ciampi i duelli sono stati meno frequenti e urlati, con Oscar Luigi Scalfaro non si andava troppo per il sottile. Per dire: al primo Bossi mandava a dire «stia tranquillo, stia buono, purtroppo è il capo dello Stato, noi siamo tolleranti ma non può dare fastidio». Al secondo riservava la minaccia più memorabile e immaginifica, nel trambusto del crollo della prima Repubblica: «A quello lì con una scoreggia gli sbianchiamo i capelli». La battuta riscosse un certo successo, se anche un dicitore originale come Vittorio Sgarbi se ne servì per definire Scalfaro «scoreggia fritta».
Il 12 agosto 1996 Umberto Bossi rivelò un clamoroso piano ordito dal Quirinale e dalla Santa sede ai danni della Lega. «Scalfaro è il capofila di un’operazione che mira a ricostituire la Democrazia cristiana. Scalfaro e il Vaticano, che ha usato e usa Irene Pivetti. Insieme vogliono ricostituire la Democrazia cristiana». Lanciata la fase secessionista della Lega, fu inevitabile per Bossi lo scontro con Scalfaro. Il 31 maggio 1997, il capo dello Stato partecipò a una manifestazione nella sua città, Novara, definendo la secessione «un fatto illecito costituzionale». E fu contestato dai militanti leghisti al grido «Padania, Padania».
Con Ciampi, gli scontri più duri risalgono al 1993, quando l’ex governatore della Banca d’Italia fu chiamato proprio da Scalfaro a guidare il governo tecnico e Bossi lo liquidò come «un salumiere». Al comizio del 1° maggio a Milano, il Senatùr tuonò: «Scalfaro ha dato l’incarico a Ciampi che, e qui peso bene le parole, pare compaia come iscritto all’elenco della P2». Sull’imminente incontro con il presidente del Consiglio incaricato, «sono imbarazzato ad andarci a parlare per sentire le sue balle».
Erano tempi in cui l’affondo contro Scalfaro stuzzicava la fantasia retorica del Senatùr: «Scalfaro tira a campare, ragiona in termini gattopardeschi, assomiglia a quel pazzo di Rasputin, scende a far politica in prima persona invece di restare super partes e ha scelto come capo del governo il suo vicino di cabina al mare a Santa Severa, con il quale disegna castelli di sabbia con la forma del Duomo». Ciampi, appunto, capo di «un governo che rappresenta il grande capitale e per giunta è guidato da un massone».
Ma il bersaglio preferito era Scalfaro. Numerose le insinuazioni sull’inchiesta giudiziaria per i fondi neri del Sisde, che lambì il capo dello Stato, e gli appellativi coniati da Bossi: «Sancho Panza», «pirata», «restauratore», «farmacista esperto in microdosi di libertà», «capo di un Paese fascista», «monaco pazzo», «uno della banda». «Può andare a cantare l’Aida», disse il 25 maggio 1997, mentre nel nord si celebrava il referendum per l’indipendenza della Padania. E non sembrava un augurio.
Nel giorno dell’ascesa al Colle, Bossi disse di Ciampi: «Ci va bene eletto senza i nostri voti. È un ragioniere, uno che sa solo portare i quattrini al centro».
Per il resto, il Carroccio non ha fatto a meno di rumoreggiare per le sortite del capo dello Stato contro le riforme costituzionali a colpi di maggioranza («interferisce con la volontà del Parlamento»), per gli interventi per il sud («populismo») e sulla festa del 25 aprile («troppa retorica»), ma nel complesso i rapporti non si sono deteriorati. Nemmeno di fronte al braccio di ferro con Castelli sul potere di grazia, che Ciampi ha portato adesso al giudizio della Corte costituzionale.
Ma che qualcosa fosse cambiato, si era avvertito negli ultimi tempi, con la Lega sulla barricate contro l’Unione europea e la moneta unica. Le recenti critiche del ministro Calderoli («Ciampi ha spinto perché l’Italia entrasse a tutti i costi nell’euro, è uno sconfitto») hanno irritato non poco il Quirinale e sono state il preludio alla gazzarra di ieri.
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