Quel lungo viaggio in una città tutta da scrivere

C hissà come fu la scena, quel giorno del 1943, da Bompiani a Milano. Era tempo che la signora Vittorini non riceveva dal marito Elio notizie né la parte spettante dell'assegno emesso per le consulenze editoriali. Perciò andò direttamente da Valentino a chieder conto. E Bompiani, l'editore per cui Vittorini si era trasferito a Milano nel 1939, quello cui regalò idee e anteprime sulla letteratura americana di cui riusciva ad aver per le mani i volumi freschi di stampa in anni non «globalizzati», qualcosa di troppo certo disse. Forse sull'entrata di Vittorini nel Partito Comunista clandestino. O forse di quella certa Luigia Giovanna Varisco di Concorezzo detta Ginetta, che poi rimase la compagna dell'autore di «Uomini e no» fino alla sua morte, nel 1966. La scena ci fu, eccome, e mise in crisi per sempre i rapporti di Vittorini con Bompiani, che dello scrittore siracusano rimase per sempre intellettualmente innamorato, nella speranza di poter ripetere, prima o poi, il miracolo di «Americana».
Da quel giorno, Vittorini trattò Valentino con freddezza per lui inusuale. E intensificò i rapporti prima con Einaudi, con cui intraprese l'avventura dei «Gettoni», e poi con Mondadori, per cui tradusse a lungo prima di dirigere la sezione straniera della «Medusa». Di Vittorini «editor» e dei suoi pareri di lettura - premonitori di un occhiuta attenzione ai gusti del lettore tipica del marketing editoriale contemporaneo - , ma anche dello scrittore e dei luoghi comuni da sfatare sulla sua opera si parlerà oggi e domani al convegno «Il dèmone dell'anticipazione». Organizzato dalla Fondazione Mondadori e dall'Università degli Studi a Palazzo Greppi (Sala Napoleonica, via Sant'Antonio 12) in occasione del centenario della nascita, il convegno, a cura di Edoardo Esposito, è accompagnato da una mostra e dalla presentazione del volume «L'America dopo Americana. Elio Vittorini consulente Mondadori».
«Per Vittorini Milano era la città più moderna d'Italia. Quindi un luogo mitico» spiega Carlo Minoia, curatore dell'epistolario. «Abitava in via Gorizia e dalle sue finestre si vedeva la Darsena: il passato di Milano gli scorreva davanti nel momento in cui la metropoli si affermava nel triangolo industriale. Era legato agli ambienti culturali più vivi e avanzati: il Piccolo Teatro e lo stesso Paolo Grassi, e la Casa della Cultura».
Pochi amici e poca vita mondana: godeva dello stare appartato, Vittorini. I discorsi in pubblico gli davano panico, declinava i numerosi inviti ai convegni e a chi gli chiedeva di uscire la sera rispondeva: «Sono stanco, la sera. Riesco al massimo a giocare a carte». E guidava molto, però: amava le auto e detestava dover confessare a Ginetta d'averne comprata ancora un'altra, nuova fiammante, da portare a spasso per le strade di Milano, in anni in cui ad averla erano in pochi. «Oltre alle scene partigiane di “Uomini e no”, tentò, nel 1961, un romanzo su Milano» racconta ancora Minoia. «Completò una trentina di pagine che prendono nome dall'incipit: “Delle cinque circonvallazioni che percorrono la nostra città”. Un ritratto vivissimo: i caffè, le ragazze civettuole sui tacchi a spillo, l'innovazione, il dinamismo. E Milano fa da sfondo anche ad un romanzo breve ambientato in periferia, “Il Sempione strizza l'occhio al Fréjus” (da cui fu tratto anche un film con Alberto Lupo), pubblicato da Bompiani nel 1947. La storia di una famiglia operaia poverissima, che ha come solo companatico il profumo di un'acciuga appesa al soffitto, su cui sfregare il pane». Una celebrazione della Milano del lavoro, che lo accendeva tanto da fargli confessare, qualche anno prima, alla sua collaboratrice Lucia Rodocanachi: «Le scriverò un giorno di questa Milano che mi esalta... La mattina mi sveglio alle sette ed esco su una terrazza che è dinnanzi alla mia camera a vedere i primi fumi dei primi comignoli nell'aria ancora celeste. È il quartiere più bello di Milano dove ora sto io... verso Porta Volta - turrito di fabbriche».