Quel lungo viaggio verso la libertà si sposta da Auschwitz a Ground Zero

«La strada di Levi» di Ferrario ripercorre con una bizzarria l’odissea dello scrittore

da Roma

Buon segno. Anche in Italia i cineasti, tra un film e l’altro, hanno preso a misurarsi col documentario. Lo fanno senza tradire le proprie vocazioni, spesso trasferendovi sensibilità e interessi affinati negli anni. Eccone due: La strada di Levi di Davide Ferrario e Il mondo addosso di Costanza Quatriglio. Diversi nel tono e nel respiro, li accomuna però un senso di quieta «pietas» per gli esseri umani.
Ferrario intraprende con Massimo Belpoliti il viaggio sulle orme di Primo Levi, che scampò all’inferno di Auschwitz ma non ai propri fantasmi, tanto da uccidersi 43 anni dopo. Nel 1945 lo scrittore appena liberato dai sovietici impiegò otto mesi a percorrere quel giro incredibile verso l’Italia (seimila chilometri, passando per Polonia, Ucraina, Bielorussia, Romania, Ungheria, Slovacchia, Austria e Germania) poi rievocato nel romanzo La tregua. E proprio l’idea di un’altra tregua, rotta dagli attentati dell’11 settembre, offre a Ferrario lo spunto per un pellegrinaggio che parte curiosamente dalle rovine di Ground Zero. L’associazione risulta un po’ incongrua, non ben spiegata; però appena compare il volto scavato e stoico di Levi, ripreso nel suo ritorno ad Auschwitz da uomo libero, anno 1982, il film recupera la sua ragione d’essere.
Sono le stesse parole dello scrittore, lette da Umberto Orsini, a fare da contrappunto alle immagini, e quasi riusciamo ad immaginare quell’uomo smagrito e traballante, «non guarito ma stazionario», che ritaglia un paio di pedule da una coperta e si mette in viaggio. Naturalmente Ferrario, nel seguire passo passo la strada di Levi, coglie affinità e differenze: a Nowa Huta, che fu gloriosa città-acciaieria simbolo del socialismo reale, oggi lavorano solo ottomila operai e non sventolano più le bandiere rosse; in Moldavia, terra agricola e poverissima, tutto sembra fermo a cinquant’anni fa, incluso quel cammello; in Romania un giovane imprenditore italiano ha aperto una fabbrica che dà lavoro a operaie che però sembrano detestarlo; in Germania le facce filmate ad un raduno neo-nazista sembrano ricordarci i rischi di una storia infinita. Il documentario, ribollente di musica etnica, coglie dettagli buffi o patetici, spesso divaga; di sicuro riacchiappa l’attenzione dello spettatore quando rimette Levi, col suo sguardo enigmatico e dolente, al centro di una riflessione «sul mondo che sembra marciare verso una qualche rovina, e ci limitiamo a sperare che l’avanzata sia lenta».
Dalla Moldavia e dalla Romania arrivano anche i tosti minorenni di Il mondo addosso: cinque storie ben scelte, non tutte disperate, che permettono alla Quatriglio di raccontare una possibile integrazione, fuori dall’«invisibilità» alla quale sembrerebbero condannati questi ragazzi dai legami familiari spezzati. Il tono è azzeccato, solo un eccesso di musica appesantisce lo sguardo, comunque non piagnone, perfino incoraggiante nei confronti delle strutture pubbliche di accoglienza.