QUEL LUTTO SPARTITO CON LA PLATEA

Verrebbe quasi da chiedersi come mai nel nostro Paese oberato da una caterva di regole e leggi e codicilli burocratici di tutti i tipi, con particolare predilezione per quelli assurdi, non si trovi uno straccio di accordo comune, di autoregolamentazione televisiva, per fare in modo che ad ogni episodio di cronaca nera particolarmente efferato non si ripeta quel che vediamo abitualmente anche in questi giorni a proposito dei servizi giornalistici sulla morte del povero Tommy. Inutile descrivere con troppe parole quel che è sotto gli occhi di tutti: passano i giorni dalla terribile conclusione della vicenda ma le telecamere continuano a stazionare sulla «casa del dolore» (così viene chiamata, con immancabile sottofondo di una colonna sonora in stile Ennio Morricone per aumentare l’effetto commozione, come se fosse necessario), la pressione sulla famiglia rimane costante, le domande più sciocche non cessano di essere poste, dal classico «cosa prova?» ad ogni genere di pleonastica e morbosa curiosità, si mostrano ogni giorno le stesse immagini della pila di messaggi e fiori deposti attorno all’abitazione di Tommy, si mandano in onda le riprese filmate della sua cameretta, dei suoi giocattoli, i cronisti sono via via costretti ad arrampicarsi sugli specchi per raccontare il già detto o forzare liricamente il tono del proprio servizio. Siccome ad ogni episodio di cronaca nera particolarmente cruento si assiste allo stesso scempio mediatico, al solito copione in cui il diritto di cronaca sembra più volte sconfinare nel libero arbitrio dello sciacallaggio, verrebbe voglia di ripetere a nostra volta articoli già scritti in casi come questi, pur nella piena consapevolezza della loro inutilità. Senonché una novità comincia forse ad esserci nel meccanismo mediatico che si instaura in occasioni come questa, ed è la progressiva «complicità» dei parenti delle vittime, la loro crescente partecipazione più o meno spontanea e consapevole alla presenza delle telecamere e alla condivisione mediatica del proprio dolore, come accade ai genitori di Tommy. Lo si dice prendendone atto, senza voler dare alcun giudizio in un senso o nell’altro, ma appare ormai sempre più chiaro lo scarto tra la dimensione intimista con cui un lutto veniva espresso e poi elaborato fino a non molto tempo fa - allorché le telecamere non riuscivano più di tanto a forzare il silenzio che proteggeva il dolore - e la crescente abitudine odierna delle vittime a spartirlo con la platea televisiva, non si sa se per bisogno o consolazione o semplice impossibilità di sottrarsi alla pressione dei mass media. L’invasività incalzante della «tivù del dolore» trova, oggi, minori resistenze a cominciare da chi è toccato in prima persona dal dolore.