"Quel macabro abuso? E' odio, non desiderio"

Il professor Francesco Bruno, titolare della cattedra di Psicopatologia forense al'università La Sapienza di Roma: "Delitto dettato da rivalità. La violenza è uno sfregio. Voleva togliere a quella famiglia la cosa più bella"

L'ipotesi di un'autodenuncia inconscia da parte del mostro di Avetrana, Michele Misseri, per farsi prendere mettendo così a tacere il rimorso di aver ucciso e usato violenza alla nipote Sarah, non convince Francesco Bruno, criminologo e docente di Psicopatologia forense alla Sapienza di Roma.
«Non ha alcun senso. Il fatto che lui abbia tirato fuori all'ultimo il telefonino di Sarah è stato soltanto l'ultimo gesto rozzo e balordo di un uomo rozzo e balordo. Se lo era tenuto, per farne chissà mai cosa, errore che oggi non farebbe nemmeno un bambino! Ma dopo il tardivo pressing degli inquirenti per trovare quel cellulare, evidentemente spaventato ha pensato di poter prendere due piccioni con una fava, togliendosi il peso di quell'oggetto e pensando di farsi passare al tempo stesso per uno collaborativo, che non aveva nulla da nascondere. Un gesto da cretino».

Ci sono precedenti di autodenuncia, in criminologia?
«Può succedere che i serial killer a un certo punto soffrano la noia e commettano un errore lasciando qualche traccia, come faceva ogni tanto Jack lo Squartatore. Ma era per il divertimento di sfidare la polizia, non certo per l'inconscio desiderio di farsi prendere».

Scusi professore, lei poco fa ha parlato di pressing tardivo?
«Perché tale è stato. Ci hanno messo venti giorni prima di concentrare le ricerche di quell’apparecchio. Certo, cercavano la ragazza in campagna, ma oggi lo sanno tutti quale importanza può avere nelle indagini uno strumento tecnologico come il cellulare».

Torniamo al mostro. Quali altri errori ha commesso?
«Lo è stato senz’altro quel suo attivismo improvviso e improvvido, frutto della sua stessa logica ignorante che lo ha convinto a uscire all'improvviso dal silenzio e dal cono d'ombra in cui si trovava. Con tutte quelle interviste concesse è andato ad attirare ulteriormente i sospetti. Facile prevedere che poi, messo alle strette, sarebbe crollato».

Hanno forse contribuito anche le troppe lacrime versate?
«Certo. E quel rituale, diciamo così mediatico, contribuisce ancor più a darci la sua dimensione. Ovvero di uno che ha visto troppe volte il ricorso alle lacrime in televisione e le ha adattate alla sua dimensione di uomo da quattro soldi, più che di delinquente da quatto soldi. Lacrime che peraltro stonavano due volte. Innazitutto perché un uomo di norma non piange e secondariamente perché nel frattempo la madre di Sarah dimostrava una ben maggiore forza d'animo».

A sconvolgere maggiormente l'opinione pubblica è stata però senz'altro la violenza sessuale sul cadavere…
«Può accadere, nei delitti d'odio come questo, frequenti in ambienti modesti, poco colti, caratterizzati da una certa promiscuità fisica, ma anche mentale. Odio che nasce dal confronto economico - la mamma di Sarah aveva appena ricevuto un'eredità - di status o anche di bellezza di un figlio altrui rispetto al proprio. Il 99,99% delle volte finisce tutto in terribili forme d'invidia, magari in dispetti. Ma c’è chi arriva a uccidere per far soffrire gli altri, togliendo loro la cosa più cara e preziosa, come nel caso di Denise Pipitone».

D'accordo, ma da lì a quell'atto orribile?
«Non è stato, come si potrebbe pensare, un atto a scopo di libidine. Ma proprio perché perpetrato sul cadavere è stato per massimo spregio, per "distruggere" quella bella ragazzina, anche se non si possono escludere sue precedenti pulsioni erotiche. In altri casi ci sono, ci sono anche toccamenti, ma non si arriva quasi mai all'uccisione».

Pensa che ci siano state complicità?
«Le risponderò dicendo che penso che di questo brutto fatto non sappiamo ancora molte cose. Aspettiamo».