Ma quel maghetto è un amico non può essere un compagno

Harry Potter ha gli occhiali tondi, una cicatrice sulla fronte, e da quando ha più o meno dieci anni c’è qualcuno che vuole arruolarlo. È il destino degli eroi, appena ti volti spunta una bandiera. Jean-Claude Milner è un linguista e un filosofo francese, dopo tanti pensieri e tanti studi è arrivato a una conclusione metafisica: Harry Potter è di «gauche». È di sinistra. Nessun dubbio: odia la middle class inglese. Detesta Margaret Thatcher e il suo figlioccio mascherato da laburista Tony Blair. Odia i tiranni e la globalizzazione. È leale, generoso, modesto. Basta questo per cucire un’etichetta. Vecchia storia, tutti i buoni a sinistra, Voldemort, Malfoy e mangiamorte vari a destra. Banale.
Il destino di Harry non è mai così lineare. È un chiaroscuro, luci e ombre s’inseguono, il male è una possibilità, il bene una scelta. Harry sente il suo nemico e qualche volta si specchia in lui e suda freddo. Bianco e nero non sono così distanti. C’è affinità e un destino di segno inverso. La bacchetta magica di Harry viene dalla piuma della stessa fenice. Il cappello parlante che smista gli studenti nelle quattro case percepisce una certa affinità tra Potter e Voldemort. Ed è incerto se affidare il giovane mago ai Grifondoro o ai Serpeverde. Harry come Voldemort è l’unico mago a parlare la lingua dei rettili: il serpentese. Un talento che ha a che fare con le arti oscure. Il professor Piton, docente di pozioni, fatica ad accettare Potter perché rivede in lui «Colui che non può essere nominato»: potente e maledetto. Il ragazzo spesso s’interroga: e se fossi come il mio nemico? Prima regola: l’anima di un eroe non merita un’etichetta.
Harry Potter trova sempre qualcuno che lo chiama compagno. Il maghetto con la cicatrice, il bambino che ha sconfitto Voldemort, è un ottimo testimonial. E lo è anche in un mondo senza babbani. Il ministero della magia voleva imbrigliarlo in un ruolo istituzionale. Lui ha sparigliato le carte e ha scelto di stare con Sirius Black, padrino, galeotto, accusato di omicidio, avanzo di Azkaban e, soprattutto, senza dubbio innocente. Il ragazzo non ama i palazzi grigi del potere. È sospettoso. C’è in lui un germe di antipolitica, un fastidio per la burocrazia, per le regole inutili, per le chiacchiere filosofanti di chi scantona dalla propria inettitudine. Il palazzo parla, Harry agisce. Anche contro le regole della buona educazione e della santa saggezza. È di sinistra? Forse no.
Harry non ama i riflettori. È timido. Teme l’invidia degli altri e vuole nascondere il suo destino anomalo. Il suo sogno è la normalità. Si sente male ogni volta che a Hogwarts si accendono le luci. Se mai dovesse capitare nelle strade dei babbani romani non parteciperebbe mai alla Festa del cinema. I tappeti rossi di Veltroni, quel mondo di vip, nastrini, dame e damerini non appartiene alla sua storia. Fuga e rifugio nella stanza dei segreti. La sinistra veltroniana ricorderebbe a Harry gli entusiasmi di Percy Weasley, il fratello petulante e perfettino di Ron. Casta ministeriale, casta di governo, casta che mette giacca e cravatta alle rivoluzioni. Potter diffida delle rivoluzioni e veste in jeans. È di sinistra? Forse no.
Harry adora Hermione, ma qualche volta vorrebbe schiantarla con un Peskipiksi Pesternomi o con un Riddikulus. Le battaglie ideologiche della ragazza sono una paranoia. Buonismo all’acqua di rose, masturbazioni mentali di un’adolescente ingenua, preoccupazioni isteriche di chi vuole salvare il mondo anche quando il mondo non vuole. La battaglia di Hermione per gli elfi domestici è il paradosso storico della sinistra. Hermione vuole liberare gli elfi dal lavoro, gli elfi vogliono un lavoro. E la insultano. Quando la vedono scappano. Harry la guarda e ride. Il sindacalismo coatto è una cattiva magia. È di sinistra tutto questo? Forse no.
I romanzi della Rowling hanno un sapore anti-illuminista, ritorno a un’era dove la ragione ha un limite e l’insondabile, il mistero, penetrano nella quotidianità del moderno. Tuttavia Hogwarts non è un anti-mondo, ma un altro-mondo, un universo parallelo, una linea nascosta del tempo, che corre accanto alla realtà dei babbani. Il confine tra i due mondi è pieno di Checkpoint Charlie, la frattura nel muro di Berlino, porta di libertà. I nemici della magia non sono però i babbani, ma l’ideologia antimoderna e tradizionalista dei «mangiamorte», i seguaci di Voldemort. Harry, eroe dalle arti magiche e alchemiche, è in fondo un paladino della razionalità contro l’oscurantismo settario dei vecchi maghi. La magia è potenza e qualche volta ricorda i misteri della scienza. Non è né buona né cattiva. Ma è sottomessa a una regola. Più è potente la magia, più forte deve essere l’etica. C’è un limite, un confine, un umanesimo che l’uomo, sia esso mago o babbano, non dovrebbe superare. Oltre quella linea c’è Voldemort. È di sinistra? È Voldemort, «colui che non si può nominare».