Quel manifesto fatto col «copia-incolla»

Tutta la fantasia l’hanno esaurita per conquistare il potere. E adesso che stanno inventando il Partito democratico, i «padri rifondatori» della sinistra italiana denunciano clamorosi vuoti di immaginazione. Del resto nove mesi di governo creativo hanno prosciugato le menti più fervide dopo il varo dei Dico, l’inesistente cuneo fiscale, la stangata mascherata da taglio delle tasse, i sottosegretari che gridano paonazzi in piazza contro Prodi.
Metti al tavolo 15 intellettuali della politica o politici che fanno gli intellettuali. Si incontrano per qualche mese, litigano (come l’ex ministro Giorgio Ruffolo che ha abbandonato i lavori per protesta) e infine lasciano ai posteri 15 cartelle dattiloscritte (una a testa) che costituiscono la base del futuro Partito democratico. Con tono esausto, proclamano di aver avviato l’elaborazione politica che abbatterà «definitivamente i muri ideologici del Novecento». Ma per l’«incipit» dello storico manifesto potevano guardare un po’ più indietro rispetto al 26 gennaio 1994. La frase è di quelle da declamare con enfasi risorgimentale: «Noi, i democratici, amiamo l’Italia». La sua pronuncia in pubblico richiederebbe una cornice solenne, come minimo la penombra dell’Auditorium di Roma, la voce impostata di Luca Zingaretti fine dicitore sul podio, le note impegnate del maestro Piovani, l’occhio lucido di lacrime degli «amerikani» Veltroni e Melandri, il solito pianto senza ritegno della Turco. Uno slogan da brividi, vero? Ma forse l’abbiamo già ascoltato proprio quel fatidico mercoledì di tredici anni fa. Una videocassetta, la più famosa della storia politica nazionale, annunciava la discesa in campo di Silvio Berlusconi. Il Cavaliere appena ottenuto il ciak dal regista, apriva così il suo manifesto politico: «L’Italia è il Paese che amo». A sinistra, quella volta, si sganasciarono dalle risate.
Memoria corta, gaffe o spericolata provocazione, il Pidì (abituiamoci alla sigla) annuncia il nuovo che avanza con un copia-incolla dalla concorrenza. Un piccolo cedimento, bilanciato tuttavia dal profluvio di locuzioni in sinistrese che caratterizzano senza equivoci il documento fondativo. La loro scuola ideale è «inclusiva», il welfare è un «modello attivo», il «tessuto sociale» è «solidale». Per non parlare del volontariato che va costituito in un «denso reticolo di associazioni» e della battaglia per «la valorizzazione del pluralismo degli orientamenti culturali». Un po’ come l’impegno a costruire «un partito a rete», quindi una forza che «riconosca e rispetti il pluralismo delle posizioni che maturano al suo interno ma che rimanga sempre capace di identificare una linea programmatica comune e di portarla avanti in maniera coesa e coerente nelle istituzioni».
Come ogni rispettabile libro dei sogni, il manifesto del Partito democratico attinge dal consunto bagaglio degli slogan populisti da comizio, al limite del «volete burro o cannoni?»: «vogliamo un’Italia più libera, più giusta e più prospera»; «vogliamo che il nostro diventi un paese più giusto, in cui il benessere sia diffuso».
Un fremito di sorpresa pervade il lettore del documento nella dura accusa all’attuale classe dirigente, «terribilmente invecchiata». Come dare loro torto dinanzi all’occupazione delle principali cariche istituzionali da parte di soggetti iscritti alla terza età: Napolitano ha 81 anni, Marini 73, Prodi 67, Bertinotti 66. «Combattiamo la gerontocrazia» urlano con coraggio i 15 saggi della sinistra che verrà. Alcuni di questi per la verità paiono particolarmente autorevoli in materia anagrafica: Virginio Rognoni ha 82 anni, Pietro Scoppola 80, Liliana Cavani 73, Michele Salvati 69, Luciano Violante e Sergio Mattarella 65. Amici democratici, il rinnovamento è garantito.
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