Quel manipolo di trentenni che varò l’arte della velocità

Francesca Amé

Futurista la mostra lo è fin dal titolo. «Dinamismo + luce. Balla e i Futuristi» (sino al 22 dicembre) ha riempito gli spazi della Galleria Fonte d’Abisso, nel cuore di Brera, con i colori, le luci e soprattutto la vitalità del movimento artistico che sconvolse la borghesia ben pensante dell’epoca. Quando, nel lontano 11 febbraio del 1911 qui a Milano, fu firmato il «Manifesto dei pittori futuristi», Boccioni scalpitava: gli stavano dietro Carrà, Russolo e poi ancora Severini. Un manipolo di trentenni che cercava aria nuova: Giacomo Balla, il più anziano del gruppo con una decina d’anni in più, fu l’ultimo a sottoscrivere il progetto ma di lì in avanti la sua adesione sarà totale.
A Danna Battaglia Olgiati e Ada Masoero si deve un’antologica che raccoglie una cinquantina di pezzi tra cui opere firmate dai cosiddetti «padri fondatori» del Futurismo, cui si aggiungono quelle di altri importanti pennelli che si affacciarono in seguito sulla scena: Fortunato Depero, Enrico Prampolini, Mario Sironi, Iras Baldessari e Virgilio Marchi. È un piccolo saggio di storia dell’arte questa esposizione milanese che raduna in una galleria privata pezzi degni dei grandi musei. E se della ricerca sul dinamismo e la luminosità si parla, il percorso espositivo segue comunque un ordine cronologico che permette di confrontare i lavori divisionisti di Giacomo Balla e Umberto Boccioni con i dipinti della matura stagione futurista sino alle soluzioni degli artisti che aderirono solo più tardi al movimento. Riscopriamo un Balla ritrattista raffinato, specie se deve racchiudere il volto nelle piccole dimensioni, come nel «Ritratto di Elisa» dedicato alla moglie.
All’inizio del primo decennio del Novecento qualcosa però cambia: alla compostezza figurativa si preferisce dell’altro. Si cerca, per parafrasare il titolo della mostra, «dinamismo e luce». La risposta di Carrà alla nuova domanda futurista è un quadro, «Danseuse», che rappresenta la scomposizione dei movimenti di una ballerina; quella di Luigi Russolo è un olio pieno di lampi nel cielo. Emblematica quella di Gino Severini: «Danseuse + lumière» , che rivela la familiarità con l’arte di Parigi e il mondo delle ballerine, il cui corpo è qui solo accennato in un gioco di luci e arabeschi.
Incombe intanto la Grande Guerra e dal 1915 è Balla il maestro indiscusso del Futurismo e ai suoi appassionati studi di vortici, lo dimostra questa antologica, si rifanno tutti gli aderenti al movimento. C’è chi, come Depero, crea delle fiabe metropolitane mescolando rigore geometrico e toni squillanti e chi come Enrico Prampolini avvicina il teatro alla pittura costruendo «scene futuriste» per varie rappresentazioni. Mario Sironi trova nel Futurismo una parentesi felice alle sue ansie: basti osservare la piccola «Composizione» esposta in mostra, un giocoso collage dai toni vivaci. Le opere di Virgilio Marchi stupiscono invece per la straordinaria modernità con cui tratta gli edifici: i volumi architettonici, come nel caso di «Città», sono morbidi, asimmetrici, quasi in movimento.
In mostra anche una firma, quella di Roberto Marcello Baldessari (meglio noto con il nome di Iras), che non ha avuto grande fortuna critica: l’occasione è buona per osservare le sue tele che strizzano l’occhio al cubismo.
Vera e propria mostra nella mostra è la sezione dedicata alla collezione Rothschild che, come racconta Ada Masoero nel catalogo (Silvana editoriale), nasce da un viaggio a Milano degli americani Herbert e Nannette Rothschild. Siamo a metà degli anni Cinquanta: complice l’allora direttore del MoMa, la coppia, attratta dalla pittura di Balla, decide di acquistare una cartella con dieci disegni dell’artista torinese. Dipinti su carta, acquerelli, schizzi con matite colorate: la cartelletta, interamente ideata dal pittore (sin nel timbro multicolore «Balla Futurista» che ne segna la firma) è una piccola summa dei lavori più importanti. Dopo cinquant’anni questo compendio torna per la prima volta in Italia: la cura che Balla profuse in ogni dettaglio - portfolio compreso - è un indizio evidente di quanto credesse nello spirito futurista.