Quel mar Egeo visto da vicino non è il paradiso

Un romanzo per raccontare un microcosmo sanguigno ma bellissimo

Che cosa cercano gli italiani nelle isole greche, nei villaggi abbarbicati sulle alture che digradano verso il mare, con che occhi guardano questi «presepi» di casette bianche, buoni per ogni cartolina?
Ovviamente li idealizzano, li vivono da turisti che vedono in questi «piccoli paradisi» un luogo edenico dove regna la pace, dove il pescatore con le sue reti è la versione contemporanea, e svilita, del buon pastore arcade delle fantasie neoclassiche. Ma com’è la vita vera di questi uomini abbronzati che giocano a tavli e corteggiano le straniere? E come sarebbe la nostra, di vita se il sogno di trasferirsi ad abitare in un villaggio sperduto - chi non l’ha coltivato almeno per un attimo scagli il primo souvenir - si trasformasse in realtà?
Una risposta ce la dà Il segreto di Tarzan il Greco (Cairoeditore, pagg. 301, euro 16,50) scritto da Enrico Minoli, giornalista, consulente d’impresa e romanziere. In questo romanzo scritto come una piccola «Dynasty» dell’Egeo ci accompagna sulle orme di Francesco, ricco italiano esperto di affari e di borsa, che a partire dal suo legame con «Tarzan», magnetico pescatore greco con l’uzzolo degli affari e una gran voglia di cambiare la sua vita, finisce per essere invischiato, un po’ per amore, un po’ per forza, nelle vicende del piccolo borgo di Mitzella. Quando il protagonista-narratore diventa parte della comunità, quando viene coinvolto nelle rivalità, nelle sanguigne amicizie finite male, nei legami ancestrali come il «cumparaggio», ciò che scopre è un mondo tutt’altro che edenico. Un microcosmo di legami strettissimi, viscerali e non scevri da segreti indicibili. Soprattutto scoprirà che i più forti, i migliori, come Kosta, detto «Tarzan» per la sua agilità nel passare da una barca all’altra, o i più fragili ed isolati, come il pastore Jani, dalla strettezza angusta della comunità vogliono uscire, ribellandosi a un’esistenza «bucolica», che può essere un inferno quando a imporla è il fato.
Quest’ansia si trasformerà per «Tarzan» nella folle scalata al successo come armatore, con vertiginosi successi e vertiginose cadute, per Jani in un viscerale rancore corredato da maniacali ricerche per trasformare il latte di capra in medicinale omeopatico. Percorsi che costringeranno questi uomini a confrontarsi con un mondo sempre più «globale» che piombando sulla comunità risolve ben pochi dei suoi problemi ma ne genera di nuovi.
Sono temi non originalissimi, quelli affrontati da Minoli, ma la capacità narrativa, la misura nel raccontare questa commedia umana in salsa mediterranea, rendono la lettura piacevole, fanno capire un pezzetto di mondo, guardandolo con gli occhi dell’autore. E in fondo se Il segreto di Tarzan il greco distrugge i nostri sogni estivi e superficiali, il testo ha anche una sua pars costruens, incarnata nella spontaneità e nella forza vitale del giovane Elias il quale, con agnizione da commedia classica, riannoderà i fili spezzati della comunità. E proprio in questo finale agrodolce, come la realtà, sta la misura del romanzo.