Quel Meeting «leghista» senza la Lega

C’è sintonia, ma i vertici «padani» disertano la kermesse. Il presidente della Cdo di Bergamo: «In Lombardia il dialogo è costante e schietto»

nostro inviato a Rimini
Il peccato originale risale al 15 agosto 1997. Quando nel suo tradizionale comizio estivo a Ponte di Legno, Umberto Bossi si fece prendere un po’ la mano e puntò il dito contro il «Papa polacco» che «pensa solo al potere di Roma» e «ha investito nella politica dimenticando il suo magistero di spiritualità e evangelizzazione». Altro che «quel gran lombardo di Giovanni XXIII!», tuonò il Senatùr in canottiera e cardigan.
Un’offensiva, quella di Bossi, duramente criticata sia a destra che a sinistra e che gli valse una magistrale imitazione di Corrado Guzzanti che, travestito da Hannibal-Bossi, urlava per gli studi dell’Ottavo Nano «questo Papa polacco ruba lavoro ai Papi italiani». Da allora, certo, l’atteggiamento della Lega è cambiato di molto. E i rapporti tra il Carroccio e la Chiesa sono andati lentamente migliorando. Quando nel 1999 Bossi è ricevuto in Vaticano dal segretario di Stato Angelo Sodano, infatti, la strada inizia a farsi in discesa. Il dialogo tra il Senatùr e Comunione e Liberazione, però, non decollerà mai, al punto che Bossi non metterà mai piedi al Meeting di Rimini. Scarse le partecipazioni di altri leghisti, salvo nel 2001 quando Roberto Maroni e Roberto Castelli furono entrambi ospiti della kermesse. Il ministro del Welfare replica nel 2003, mentre lo scorso anno - causa impegni - è costretto a dare forfait. È così che si arriva ai giorni nostri, con la Lega grande assente del Meeting.
Una mancanza che colpisce soprattutto per l’accoglienza calorosa ricevuta da Marcello Pera, Giulio Tremonti e José Maria Aznar. Che nei loro interventi sono stati più volte interrotti dagli applausi, e spesso su quei temi che hanno caratterizzato le battaglie della Lega. Qualche esempio? L’appello all’identità, la critica al relativismo e al multiculturalismo, la polemica sul mancato richiamo alle radici cristiane nella Carta Ue, la stretta sull’immigrazione, le posizioni sul terrorismo islamico, sulla famiglia e sulla vita. E si potrebbe andare avanti a lungo, al punto che ieri La Padania ha usato un titolo eloquente: «Pera dà lezione di leghismo ai Ciellini».
Un’assenza che a via Bellerio più d’uno imputa al duro braccio di ferro sulla Sanità in Lombardia tra Roberto Formigoni e l’assessore leghista Alessandro Cè. Eppure i rapporti non sembrano essere poi così freddi. «In Lombardia ci sono un dialogo costante e un rapporto schietto», assicura Rossano Breno, presidente della Compagnia delle Opere di Bergamo, uno dei feudi del Carroccio nonché città natale di Roberto Calderoli. «Certo, come per tutti i partiti - spiega - ci sono interlocutori più o meno seri». Qualche nome: «Con il capogruppo al Senato Ettore Pirovano e con Giacomo Stucchi c’è sempre stato un ottimo dialogo, anche in questi ultimi mesi». E i punti di contatto tra le idee della Lega e quelle di Cielle? «Guardi, al Meeting non c’è ideologia. Certo, non escludo che nel popolo di Cielle ci sia pure un gruppo di persone con la tessera della Lega».
Un po’ più freddo il commento di Roberto Cota, sottosegretario alle Attività produttive del Carroccio: «Alle kermesse noi preferiamo il rapporto con il territorio. Però fa sempre piacere che qualcuno dica in giro che abbiamo ragione noi. Non è accettabile, invece, che quel qualcuno si appropri delle nostre battaglie senza darcene atto». Smussa Giancarlo Paglierini, da sempre uno degli anelli di collegamento tra la Lega e il Meeting. «Non è una questione di battaglie del Carroccio, queste - spiega l’ex ministro del Bilancio e deputato leghista -, sono battaglie del popolo». «Al Meeting ci sono sempre andato, ma a titolo personale, da ometto del popolo. Quest’anno sono stato preso da altri impegni, ma mi spiace davvero».