Quel milione e mezzo al «terrorista» Abu Omar

Il Tribunale di Milano ha dunque finalmente messo la parola fine - per ora - al caso di Abu Omar, prelevato anni or sono, in quanto indicato dagli Stati Uniti quale pericolosissimo terrorista internazionale, dai servizi segreti italiani e americani in collaborazione fra loro. Tuttavia, la sentenza di condanna suscita alcuni gravi interrogativi.
In prima battuta, stupisce assai che mentre i cosiddetti mandanti del presunto sequestro - vale a dire i vertici della Cia e del Sismi (fra i quali Pollari e Mancini) - in pratica siano usciti dal processo, facendola franca, gli agenti che hanno materialmente eseguito l’operazione siano invece stati condannati a pene consistenti. Si dirà: ciò è accaduto in quanto soltanto i vertici hanno opposto il segreto di Stato. Vero. Tuttavia, è paradossale e suona come una grave ed incomprensibile offesa al più elementare principio di giustizia che mentre coloro che organizzarono ed idearono il presunto sequestro di Omar se ne escano, giustamente immuni, dal processo, al contrario, coloro che ubbidirono ai loro ordini, eseguendolo, siano stati condannati a pene notevoli fra i cinque e gli otto anni di reclusione.
Come dire: puniamo coloro che hanno eseguito il furto (ammesso che di furto si possa parlare nel caso di Omar ) e invece mandiamo liberi coloro che il furto hanno ideato, organizzato ed ordinato.
Sarebbe stato sufficiente che si comprendesse che se il segreto di Stato è stato opposto validamente per paralizzare ogni azione verso Pollari e Mancini, parimenti esso andava esteso agli altri imputati quali concorrenti nello stesso reato.
È quanto accade in tanti altri casi normalmente: per esempio, allorché la querela, già presentata, venga poi ritirata nei confronti di uno soltanto dei concorrenti nello stesso reato. Ebbene, quel ritiro opera a favore anche di tutti gli altri: e non ci vuole Salomone a capire perché.
Non basta. La sentenza condanna anche in solido gli agenti operanti italiani ed americani a corrispondere a titolo di provvisionale immediatamente esecutiva ad Omar ed a sua moglie la considerevole somma complessiva di un milione e mezzo di euro.
Ora, a parte il fatto che nulla obbligava il Tribunale a liquidare subito un danno che ben poteva essere poi valutato in separata sede , non si può evitare di interrogarsi circa la destinazione ultima di quella ingente somma. Cosa mai ne farà Omar? Servirà a finanziare una qualche opera buona per i bambini diseredati del quarto mondo? Sempre, beninteso, che davvero tale somma riescano a percepirla. Perché una strada per evitarlo forse ci sarebbe.
Lo Stato italiano (mai costituitosi parte civile contro il personale dei servizi, visto che ne era il mandante), che in linea teorica potrebbe essere chiamato a risarcire il danno patito dai suoi agenti che avessero sborsato tale somma, assumendo la veste di responsabile civile, potrebbe - utilizzando le norme vigenti - costituirsi in giudizio, chiedendo alla Corte d’Appello di sospendere il pagamento «per gravi motivi».
Certo, ci vuole tempestività e lungimiranza. Ma i «gravi motivi» richiesti dalla legge ci sono di sicuro. Per conoscerli nel dettaglio basta chiedere alla Cia ed al Sismi.