Quel modello Usa qui non funziona

Umberto Bossi, che è una fucina di proposte, s’è pronunciato in un’intervista al Giornale per l’elezione diretta dei magistrati da parte dei cittadini: «Così possiamo sperare che venga fuori il meglio». Non è un’idea nuova. La giustizia degli Stati Uniti si fonda proprio sul principio che ogni cittadino sia giudicato dai suoi eguali: donde l’elezione dei magistrati e le giurie popolari.
In un giorno lontano Ugo Stille, allora corrispondente del Corriere della Sera da New York, mi riassunse in una lunga chiacchierata la differenza basilare tra il principio su cui si basa la giustizia americana e il principio su cui si basa la giustizia italiana. «Sai Mario - spiegò con il suo acume straordinario - in Italia si pensa che la giustizia sia qualcosa di supremo e di immanente, nei cieli sublimi della coscienza e della conoscenza. Il magistrato tenta, se onesto, di adeguarsi a quegli ideali supremi, sia pure con procedure estenuanti e lentezze assurde. In America la giustizia viene dal basso, deriva dalle decisioni che gli anziani nelle carovane dei pionieri adottavano contro chi trasgrediva le regole della comunità». Bossi, profondamente radicato nell’humus della sua terra, vede la giustizia in termini molto vicini a quelli degli Usa.
Conosco tutti i difetti di burocratizzazione, di lentezza, di grafomania, di cavillosità che affliggono la magistratura italiana: i cui componenti vorrebbero avere gli onori e quasi gli emolumenti dei magistrati inglesi - scelti tra giuristi di provata capacità e onestà - e le sicurezze del travet tradizionale. Ma la scelta del giudice eletto, ossia di una toga che porta con sé e indossa tutte le carenze della collettività da cui proviene e a cui appartiene, e che deve fare campagna propagandistica per essere scelta, non mi convince nemmeno un po’. La giuria popolare ha il grande vantaggio di non dover motivare le sue sentenze, e proprio nelle motivazioni a volte monumentali delle nostre sentenze di insinuano infiniti ricorsi avvocateschi. Ma le giurie americane di eguali erano quelle che ancora pochi decenni orsono assolvevano sempre i bianchi accusati di aver linciato i neri. È ovvio che i magistrati italiani non siano sempre davvero superpartes. Ce ne sono di coinvolti a fondo nella polemica politica, ed è un male. Ma ve l’immaginate la lotta politica dei candidati magistrati? E davvero emergerebbero i migliori o, come accadeva per le preferenze nel Meridione, i peggiori soggetti clientelari, i campioni delle raccomandazioni?