Quel modernismo politico senz’anima

Geronimo

Mai come questa volta l’invito, o se volete la strategia di alcuni ambienti potenti, è stata chiarissima. L’uomo al quale è stato affidato quello che ad un tempo è un invito ed un monito alle forze politiche è Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera, persona di grande cultura, storico di crescente finezza con un passato di estrema sinistra alle spalle e con una intima frequentazione ultraventennale del famoso salotto buono del capitalismo italiano. Nel suo editoriale di ieri Mieli snobba, giustamente, le vicende giudiziarie di Fiorani e compagni, non ritorna sulle accuse rivolte a Fazio e a Consorte probabilmente ritenendoli ormai “cotti” e pronti ad essere divorati e affronta il tema politico. E lo fa, naturalmente, da par suo ripetendo con prosa asciutta e chiara, ciò che i suoi autorevoli opinionisti da oltre un anno ci spiegano dalle colonne del Corrierone e cioè che le culture politiche del novecento sono da archiviare e da mettere in soffitta. Nel contempo, però, vanno organizzati due grandi partiti, uno nel centrodestra ed uno nel centrosinistra capaci di dare stabilità al sistema dell’alternanza e finalmente liberi dalle incrostazioni ideologiche di quelle culture politiche ormai consumate dalla storia dell’ultimo secolo. Mieli non lo nomina mai, ma il suo occhio vigile è tutto puntato sulla creazione di quel partito democratico contro il quale resistono pezzi importanti dei diessini e qualcuno anche nella Margherita. Noi la pensiamo in maniera totalmente diversa dall’autorevole direttore del Corriere. E ci spieghiamo. Sono anni che scriviamo dei guasti prodotti dalla frantumazione partitica. Non si può, infatti, governare un Paese industrializzato con coalizioni di otto-nove partiti ognuno dei quali grida la propria diversità sempre più essenziale per la propria sopravvivenza. Questo giudizio però è l’unica cosa che ci unisce al Mieli-pensiero. Quest’ultimo, infatti, dimentica di dire qualche parola sulle cause di questa sciagurata frantumazione partitica e se ne dimentica a ragion veduta.
Lo sbriciolamento della politica italiana, infatti, è figlio della rimozione proprio di quelle culture politiche (la socialista, la democristiana, la comunista, la liberale e così via) che, aggredite agli inizi degli anni Novanta, furono messe da parte come ingombranti ferri vecchi. Spesso volendo spiegare ciò che pensiamo su questo argomento con una battuta, diciamo che se un altro grande Paese, ad esempio la Germania, avesse le sue tre maggiori forze politiche denominate Forza Germania, il Cipresso e la Rosa, omologhe per qualità lessicale alle nostre Forza Italia, Margherita e Ulivo, probabilmente parleremmo molto male di quel Paese. In Europa, infatti, si confrontano socialisti, democristiani, comunisti, ambientalisti, liberali, nazionalisti e tutti gli Stati membri hanno governi retti da partiti che si richiamano a quelle culture politiche. Se questa dunque è la causa dello sfarinamento dei partiti e della nascita del mondo politico di Lilliput, qualunque ipotesi di nuovi partiti di massa non può che passare per la ricomposizione di quelle culture politiche del Novecento, ancora oggi senza alternativa, ancorché ammodernate nei valori e nei programmi. La nuova politica economica e sociale di Tony Blair tanto apprezzata in alcuni circoli finanziari internazionali non ha costretto il premier inglese a dichiararsi non più laburista così come le riforme coraggiose presentate da Schroeder che tanto gli stavano costando non gli ha impedito di continuare a definirsi socialista. E potremmo continuare con mille altri esempi. I nuovi partiti di massa vagheggiati da Mieli dovrebbero essere ancorati, invece, ad una sorta di modernismo politico il cui valore fondamentale dovrebbe essere il rifiuto di quelle culture.
Questo modernismo a guardarlo da vicino altro non è che un impasto sgradevole di interessi economici e di potere senza anima e senza militanti che ritengono di “gemmare” nuove forze politiche (il partito democratico) tenendole al guinzaglio e trasformandole in cani da guardia delle proprie strategie dopo aver occupato l’azionariato dei grandi gruppi editoriali. È forse questo il frutto perverso della stagione della globalizzazione che in tutto il mondo sta ponendo un nuovo drammatico problema, il rapporto tra economia e democrazia posto che nuove forme di autoritarismo in economie aperte come le nostre possono solo incarnarsi in meccanismi sofisticati come il corto circuito finanza-editoria e il controllo, nei limiti del possibile, dei mercati finanziari.
L’editoriale di Mieli, per l’autorevolezza del personaggio, per la qualità del monito e per l’anomalia della rassicurazione che non ci saranno più manette, deve aprire un dibattito forte, in particolare nella sinistra politica oggi più che mai sotto botta. Per dispiegarne tutte le potenzialità, però, gli uomini e le donne veramente libere di questo Paese devono saper imporre, con l’autorevolezza della propria parola, la discrezione delle indagini giudiziarie e bloccare l’impropria irruzione nei mercati finanziari di procuratori della Repubblica che devono perseguire comportamenti personali ritenuti illeciti senza comunicati stampa e senza erigersi a nuovi protagonisti dell’economia di mercato. Ne va della nostra democrazia. Quanti si ritengono leaders politici devono, invece, far sentire ora e subito alta e forte la propria voce perché rappresentanti di un popolo che non vuole la gestione del Paese messa nelle mani di una oligarchia elitaria sempre più ricca e sempre più supponente.
Può darsi che anche noi siamo un ferro vecchio da buttar via, ma tra il modernismo politico di Mieli e le grandi culture politiche noi saremo sempre con queste ultime, senza romanticismi ma con la libertà ed il coraggio che ci hanno insegnato pensatori e leaders politici come Sturzo e Moro e avversari come Berlinguer e Craxi.