Quel monsignor precario della Curia milanese

Caro Granzotto, mi rivolgo a lei perché penso che mi possa dar conto di ciò che sta succedendo nella Curia di Milano. Mi riferisco al fatto che monsignor Bottoni, responsabile delle relazioni ecumeniche della diocesi, inserendosi nella polemica politica a proposito della moschea di viale Jenner, abbia detto che i centri islamici «andrebbero favoriti, non ostacolati». Che ne è della predicazione del Vangelo a ogni creatura? Gli islamici non sono delle creature o non hanno bisogno del battesimo per essere salvati? Monsignor Bottoni e la Curia di Milano hanno mai predicato la necessità anche per i musulmani di ottenere il battesimo per essere salvati? Francamente mi chiedo se Bottoni, e il suo superiore Tettamanzi, conoscano il Concilio di Firenze del 1439 e la successiva bolla «Cantate Domino» di papa Eugenio IV del 1442 che stabiliva in forme inequivocabili il dogma di «sempre della Chiesa Cattolica», ribadito anche nel Concilio Vaticano II, e cioè «Extra Ecclesiam nulla Salus» (Non c’è salvezza al di fuori della Chiesa).


Nonostante abbia preso gli ordini, Gianfranco Bottoni non si ritiene un sacerdote a tempo pieno, ma part-time, caro d’Orlando Un precario del clero. Talvolta parla e agisce in veste di monsignor Bottoni, tal’altra in quella di signor Bottoni. In entrambi i casi, però, sempre in qualità di responsabile delle pubbliche relazioni - settore ecumenismo e dialogo, non dimentichi il dialogo, caro d’Orlando - della diocesi di Milano. Che poi si senta più a suo agio nelle vesti del signor Bottoni, è lui stesso ad ammetterlo quando afferma, senza batter il vescovile ciglio: «Le comunità religiose hanno oggi bisogno di crescere in laicità e democrazia». Più laicismo per tutti, insomma, anche per Santa Romana Chiesa. Cosa vuole dunque che interessino a un disinvolto come Bottoni, i dogmi? Senta questa: il primo novembre dello scorso anno era al Cimitero Maggiore di Milano. Non per onorare i defunti in genere, atteggiamento che forse riteneva troppo poco laico, ma solo quelli che militarono o sostennero d'aver militato nelle file partigiane. Nell’occasione tenne un discorso mettendo subito in chiaro che pur essendo un ministro di Dio non se la sentiva proprio di confondere la «pietas cristiana con la pietas civile».
Non che qualcuno gliel’avesse chiesto, di confonderla. Però intese comunque informare il gentile pubblico che, nel caso, non l'avrebbe confusa. Mai e poi mai. Perché la pietas cristiana, chiarì, «apre i cuori a non fare distinzione tra defunti, ma a sperare e pregare per tutti indistintamente». E Bottoni, vescovo seppure part-time, un successore degli apostoli, non ci pensava nemmeno di farselo aprire, il cuore. «Non metterò mai sullo stesso piano - tenne a precisare - né troverei accettabile l’idea di seppellire o di onorare gli uni accanto agli altri i caduti sugli opposti fronti della guerra di liberazione nazionale». Aggiungendo, e pensare che è responsabile del settore «dialogo» della Diocesi, «né qui né in altro luogo il pur apprezzabile desiderio di promuovere la riconciliazione nazionale dovrà portarci a mettere tutti i morti sullo stesso piano, cadendo in una sorta di relativismo della memoria». Capito, caro d’Orlando, che tipino è il Bottoni? Alla carità cristiana («Se non ho carità non sono nulla» predicava San Paolo) contrappone il tritume sociologico, il relativismo della memoria. E uno così da che parte vuole che militi? Da quella dell’esasperato gregge cristiano di viale Jenner o da quella della torma islamica che lo cinge d’assedio?