Quel morto ignorato da Statera

C’era una volta Almerigo Grilz. Nei furiosi ’70 era un militante e un dirigente del Fronte della gioventù di Trieste. Come noi, ma con qualche anno in più. Agli inizi degli ’80 mise da parte l’impegno politico per fondare, con noi, un’agenzia che raccontò le guerre più dimenticate del pianeta, vendendo cronache e filmati a televisioni e quotidiani di mezzo mondo. Almerigo ci lasciò il 19 maggio 1987 colpito da un proiettile mentre filmava uno scontro tra guerriglieri e truppe governative nel Mozambico distrutto da una spietata guerra civile.

Fu il primo giornalista italiano a cadere in prima linea. Qualche anno fa la sua Trieste gli dedicò una via. Di quella via parlava giorni fa in un virulento articolo su Trieste l’inviato di Repubblica Alberto Statera. Poco importa che sulla targa toponomastica sia scritto «giornalista», poco importa che Almerigo sia morto in Mozambico. Per l’inviato Statera, già direttore de Il Piccolo di Trieste, quella è una via dedicata ad «un attivista fascista triestino morto in Angola». In quella via non ha, probabilmente, neppure messo piede. Se l’ha fatto non ha neppure alzato gli occhi per leggere la scritta «giornalista» sulla targa di marmo. Poco importa. Scriviamo al direttore di Repubblica e al signor Statera. Ricordiamo ad entrambi le decine, forse centinaia di ex militanti di sinistra diventati brillanti giornalisti. Nessuno di noi, notiamo, si sogna mai di definirli «attivisti comunisti». Chiediamo lo stesso doveroso rispetto per Almerigo.
La risposta agghiacciante arriva solo da Statera. «Ovunque sia morto - e me ne spiace - per me era un attivista fascista. Non conosco e non voglio conoscere giornalisti attivisti e comunque non sono miei colleghi». Non varrebbe neppure la pena commentarle, ma l’arroganza spietata di quelle due righe racconta il personaggio, il giornalismo che incarna.
L’incipit innanzitutto. «Ovunque sia morto». Ovunque il vostro amico abbia lasciato le penne, fa capire il signor Statera, per me è ininfluente. Non m’importa di quello che Almerigo Grilz faceva, scriveva o raccontava, né di come lo faceva. Che nel giugno 1987 il Sunday Times abbia dedicato mezza pagina al ricordo di quel suo collaboratore a Statera non può fregar di meno. Gli importano due cose soltanto. Il passato evidentemente irredimibile di dirigente del Fronte della gioventù di Almerigo e la via a lui dedicata. Quelli sono i due ingredienti indispensabili per il suo articolo. In nome di quelli cancella dal marmo la scritta giornalista, la sostituisce con attivista fascista, confonde il Mozambico con l’Angola.
Ancor più interessante quel «e me ne spiace». Lo stesso accorato simpatetico sentimento dedicato al gatto dei vicini arrotato dal tram. Forse vista la lontananza con un po’ meno di trasporto umano. Ma il signor Alberto Statera, a libro paga del quotidiano La Repubblica, tocca l’apice nella sua seconda frase. «Non conosco e non voglio conoscere giornalisti attivisti e comunque non sono miei colleghi». Per il signor Statera evidentemente una pregressa militanza politica è inconciliabile con il lavoro di giornalista. Ci chiediamo se il signor Alberto Statera - oltre a non leggere le targhe toponomastiche - confonda pure realtà e fantasia. Se sfogliando il giornale su cui scrive non si sia mai imbattuto, per citarne solo la più famosa, nella firma di tale Adriano Sofri. Se frequentando conferenze stampa e redazioni italiane non si sia mai imbattuto in «presunti» giornalisti chiamati Enrico Deaglio, Toni Capuozzo, Giuliano Ferrara, Paolo Mieli, Gad Lerner, Paolo Liguori, Andrea Marcenaro, Giampiero Mughini, Carlo Panella, Carlo Rossella. A tutti questi biechi «attivisti politici», come li definisce lui, evidentemente il signor Statera neppure stringe la mano.
A dar retta al suo bel sentenziare tutta questa gentaglia, e tant’altra, non è degna - al pari del nostro defunto amico – di venir annoverata nella schiera dei suoi colleghi. Tant’è, ma un dubbio ci arrovella. L’unico, ultimo vero attivista militante travestito da giornalista non sarà forse il signor Alberto Statera?
Gian Micalessin