Quel muro oltre i graffiti

Nessuna provocazione, ma il lusinghiero intervento di Mario Cervi sul Giornale di sabato mi induce a nuove riflessioni sulla questione del rapporto tra la visione storica o storico-critica, e la funzione istituzionale. Intanto si registra una posizione di singolare intelligenza politica, quella del direttore della Padania, Gianluigi Paragone, che, in prima pagina del quotidiano, detta la linea: «Sul Leonka sto con Sgarbi». Tra gli altri argomenti, oltre ai principi estetici condivisi, Paragone aggiunge alcune considerazioni: «Anche la politica ha usato i muri per lasciare un segno o per lanciare un messaggio. Lo fecero la destra e la sinistra e le rispettive ali estreme. Anche la Lega, anzi più di tutti la Lega. Uno dei motivi per cui mi sono appassionato a questo movimento è stato anche perché la comunicazione del Carroccio è passata sui muri delle strade, delle autostrade. Con le gigantesche scritte o con i manifesti. Altro che la tv! Bossi racconta sempre gli esordi del suo attivismo. Partendo dalle scritte che faceva con Bobo Maroni... la carta d’identità della Lega era lì, sui muri. E lo è ancora. Con un velo di nostalgia, mi piacerebbe che di scritte di libertà ce ne fossero ancora. Ecco perché non me la sento di condannare i graffiti di chi esprime una ribellione e una voglia di libertà». Perfetto paragone, Paragone, il quale con onestà assoluta, aggiunge: «Visto che siamo in tema di confessione, anch’io tanti anni fa, ho messo piede nel Leonkavallo... lo facevo per sentire gruppi rock, altrimenti fuori dai soliti circuiti musicali. L’ultima volta che andai fu per i “Pitura Freska”, gruppo ska che cantava in lingua veneziana». Altro tratto identitario che la Lega non può che apprezzare... «Per questo motivo sto con Sgarbi e difendo il diritto di espressione del Leoncavallo. Pur non condividendo le idee né i costumi».
Quanto lontana è questa testimonianza di intelligenza limpida dalle stupidaggini d’ordinanza di Fabrizio De Pasquale, che di illegalità si intende e che infatti afferma: «Questa maggioranza è stata eletta da cittadini contro i vandalismi e le illegalità del Leoncavallo. A loro dobbiamo rispondere, altrimenti si crea un corto circuito della democrazia». De Pasquale non sa che la democrazia, e anche le maggioranze, sono fatte di diversità e che una interpretazione estetica non ha niente a che fare con l’orientamento politico. Una signora siciliana che sta a Milano elettrice di Forza Italia, mi ha detto: «Finalmente lei ha detto la verità. È evidente l’interesse dei graffiti. Lei ha perfettamente ragione». Vuole il numero di telefono, De Pasquale? Quanto ad An, la delicata Carla De Albertis, che vagheggia miei sogni segreti con il Presidente della Provincia Penati, il quale frattanto è rimproverato dai suoi per l’intesa con la Moratti, (diventeranno strabici in tal modo, i pensieri della De Albertis) è contraddetta da un destro storico, Tomaso Staiti di Cuddia, storico nemico del Cubo dedicato a Pertini: «Sul Leoncavallo ha ragione Vittorio Sgarbi. Completamente». Lo dice uno che secondo gli schemi di venticinque anni fa, potrebbe quietamente infilarsi nelle file dei perbenisti che vorrebbero farlo chiudere. Farlo sparire. «Non mi spendo sul valore artistico dei graffiti. Mi fido della sensibilità artistica dell’assessore. Non so quanto potrà durare. Io mi auguro a lungo».
E qui interviene la pacata riflessione di Mario Cervi, il quale, oltre a dissentire sul piano estetico, cosa lecita, mi rimprovera, fraintendendo le mie intenzioni, che si sono limitate a una mera presa d’atto, visitando un luogo che non conoscevo, su stimolo e sollecitazione di una collaboratrice del suo giornale, Marta Bravi, sostenitrice del buon diritto di sopravvivenza, oltre l’illegalità sanzionabile (ma anche condonabile) dei leoncavallini, il pronunciamento in veste di Assessore. Posso provocare e stupire in quanto Sgarbi, ma ho responsabilità diverse in quanto amministratore del Comune di Milano. Scrive Cervi: «Sgarbi ama stupire, e lo fa da asso della specialità (grazie). Che stupisca pure, dunque, ma c’è un problema. Vittorio Sgarbi riveste, come Assessore alla Cultura del Comune di Milano, un ruolo istituzionale. Ha delle responsabilità civiche e politiche sia nei confronti della maggioranza che governa la città, sia nei confronti del milanesi. So che Sgarbi, irrequieto, presenzialista, esibizionista, se mai ce ne fu uno, sopporta male la costrizione degli incarichi ufficiali, già gli accadde quando fu cooptato nel governo Berlusconi. Non è colpa sua, intendiamoci, se in omaggio alla sua intelligenza lo chiamano a svolgere mansioni politico-burocratiche che non gli si addicono. E qui è il punto». Io non ho valutato come molti, e anche Cervi, pensano, le pitture murali al Leoncavallo in quanto critico d’arte. Potevo farlo, non l’ho fatto, anche in passato. E non ho ritenuto necessario visitare le vie Gianpiero Lucini e Antoine Watteau, valutando il fenomeno del graffitismo in una dimensione metropolitana e internazionale, attraverso le riproduzioni fotografiche o intercettazioni visive occasionali tra strade e metropolitane. Ho, invece, visitato il Leoncavallo da Assessore alla Cultura di una città che chiede a gran voce spazi per l’Arte Contemporanea e che ha una emergenza estetica, di immediata evidenza, su quei muri.
In questo senso, proprio perché Assessore e proprio perché a Milano, ho ritenuto necessario visitare quel luogo, il Leoncavallo, come le Torri di Kiefer e Hangar Bicocca, fenomeni di analoga rilevanza, uno in chiusura di secolo, l’altro in apertura di millennio, l’uno prodotto dal disagio, culturale e sociale, l’altro dal capitalismo nella sua fase evolutiva, verso e per la cultura; come hanno chiarito bene il committente Carlo Puri per l’impegno nei confronti della Scala, con altrettanto obbligo del Comune, Giovanni Bazoli di Banca Intesa, quello che nella città riguarda un Assessore è ben più di quanto non riguarda un fenomeno, una tendenza artistica. Per essa sul piano delle scelte, il critico può anche non avere interessi ad assumere una posizione polemica. L’assessore no. E l’assessore, in quanto amministratore, amministra per tutta la città. Anche per chi non lo ha votato, una larga parte di cittadini. E non può, non deve rispondere a una parte politica. Deve rispondere ai cittadini. Il sindaco è di tutti, non di una sola parte. E il suo ruolo politico, lo è soltanto con riferimento alla polis nella sua interezza e nella varietà dei suoi problemi; ai problemi risponde l’assessore e non ai suoi soli elettori. L’Assessore alla Cultura non può, ovviamente, prescindere dalla legalità, ma non può interessarsi di fenomeni culturali soltanto perché «legali». Altrimenti non dovrebbe occuparsi di decine di autori, da Caravaggio a Pasolini, da De Sade a Rimbaud, da Arteaud a Pound, da Genette a Céline. La cultura spesso confina con la trasgressione. Occorre, intanto, riconoscerla, e poi valutarne il rapporto con la città e le sue necessità. Ecco perché la maggioranza politica non c’entra. L’Assessore amministra, unisce, non divide. E non parteggia, al di là delle sue convinzioni. Io, come critico, sono sempre stato molto severo con i fenomeni di creatività metropolitana. Ma, nel momento in cui il Comune, con la Triennale, celebra Basquiat, non posso evitare di considerare i Basquiat di casa nostra, talvolta non meno creativi e liberi, anche perché hanno conquistato gli spazi per potersi esprimere che a un artista americano furono garantiti dal mercato. Noi difendiamo quello che si è espresso sui nostri muri. A Milano. E con il libero pensiero dei leghisti come Paragone.