Quel Natale del ’43 quando Walter era a pranzo da noi

Era un tedesco e diceva «Hitler kaputt». Poi andò in Russia e sparì da Porto Venere

Fu, per me, un triste Natale quello del 25 dicembre del 1943. Nella mia casa in Porto Venere tutta la famiglia era radunata intorno al tavolo della cucina, quando qualcuno bussò alla porta.
Papà andò ad aprire ed, all’istante, come vidi il soldato tedesco Walter, gli corsi incontro saltandogli al collo.
Era rientrato, dalla sua terra, in porto Venere quella stessa mattina ed era venuto a farci gli auguri di Natale. Teneva fra le mani, avvolta in un foglio di giornale, una bottiglia di cognac che porse rispettosamente alla mamma.
Nel mentre parlava avvertii nel suo sguardo un velo di contenuta tristezza e nella voce, che soffocava, il preludio di un singhiozzo.
Aveva preso posto a tavola fra il nonno Primo e lo zio Pasquale partecipando al pranzo di Natale assieme a tutti noi. Mi era apparso rincuorato e aveva voluto brindare con la bottiglia di cognac, nel mentre la mamma mormorava: «povio fante...» (povero ragazzo).
Era venuto in Porto Venere quando le truppe tedesche, dopo l’otto settembre del 1943, erano scese in Italia occupandola.
In Germania faceva il pasticciere e quando in paese veniva requisito dal Comando Tedesco il forno del nonno Primo per confezionare dolci per i soldati, preparava lo strudel che, assieme ad altre ghiottonerie, spargeva nei dintorni un profumo che non ho dimenticato e che, ancor oggi, a volte, nella memoria, torna a deliziare il mio olfatto.
All’inizio mi tenni alla larga dal forno, poi davanti alla sua entrata nel caruggio, e così pian piano riuscii a farmi conoscere da Walter e dagli altri commilitoni che lavoravano con lui. In quel breve periodo passai più tempo nel forno che in casa e ne mangiai di strudel ed altri dolci che mi venivano dati in cambio di piccoli, forse insignificanti, servizi che facevo con immensa gioia e gratitudine!!! nel mentre Walter, con un tono di voce appena percettibile, mi mormorava: «Hitler, kaputt!».
Me lo ripetè, nel mentre mi sollevava sulle sue braccia, alla fine del pranzo di Natale di quel 25 dicembre del 1943, con gli occhi umidi.
Il giorno dopo avrebbe dovuto partire per la Germania e, da lì, per il fronte russo.
Stava già scendendo le scale, quando lo chiamai e gli porsi, avvolto nella carta stagnola, un pezzo di torrone: «lo mangerai?», «certo che lo mangerò, così mi ricorderò di te».
Non l’ho più rivisto e non poteva accadere diversamente.
Veramente, dolci ricordi...